Gazzetta di Reggio

le premiazioni 

Il Festival di Cannes ora guarda a Oriente La Palma d’oro va al sudcoreano “Parasite”

Fulvia Caprara
Il Festival di Cannes ora guarda a Oriente La Palma d’oro va al sudcoreano “Parasite”

Bong Joon Ho racconta la lotta di classe a Seoul. Italia a mani vuote, la regia ai Dardenne, il migliore attore è Banderas 

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Politico, femminile, immerso nell’aria del tempo. La giuria del 72esimo Festival di Cannes, guidata dal messicano Alejandro Gonzalez Inarritu, ha messo a punto un palmares che parla di noi, del nostro contemporaneo lacerato dalle contraddizioni, dei problemi sociali che non riusciamo a risolvere, dei disastri ambientali cui andiamo incontro. Una fotografia autentica, anche se non allegra, del mondo in cui viviamo, scattata, come Inarritu ha più volte sottolineato, attraverso premi a film che «con voci nuove e linguaggi diversi ci raccontano quello che oggi sta accadendo nel mondo: temi difficili in tempi difficili».

Le speranze per Il Traditore di Marco Bellocchio sono franate (ma le vendite internazionali volano) e la delusione più grande riguarda Pedro Almodovar che, con Dolor Y gloria, puntava dritto al massimo obiettivo e si è dovuto accontentare del riconoscimento all’ alter-ego Antonio Banderas.

La Palma d’oro, assegnata all’unanimità e in linea con le previsioni dell’ultim’ora, va a Parasite del coreano Bong Joon Ho che descrive il film in due righe, «una commedia senza clown, una tragedia senza cattivi». Sul palcoscenico del gala, sotto gli occhi di Catherine Deneuve invitata per consegnare il trofeo, l’autore dice di essersi ispirato a due grandi nomi del cinema francese, Chabrol e Cluzot.

La sua tragicomedia, protagonista una famiglia di poverissimi che s’insedia in un nucleo di ricchissimi (in Italia arriverà nelle sale con Academy Two), è un ritratto di società in dissoluzione in cui i contrasti di classe innescano un crescendo di cupa violenza.

Temi che, in differenti maniere, caratterizzano quasi tutti i titoli del verdetto e non è un caso se quest’anno, tra gli ospiti-premiatori, sia apparso Michael Moore, incaricato di assegnare il premio ex-aequo della giuria a due opere di forte impatto sociale. Da una parte Les Miserables di Ladj Ly, ispirato ai disordini del 2005 e centrato sulla condizione delle periferie parigine, in particolare di Montfermail, la stessa zona della città dove Victor Hugo aveva ambientato il celeberrimo romanzo. Un mondo a parte, in cui, divise per bande, crescono generazioni nutrite dall’odio.

Dall’altra Bacurau di Kleiber Mendoncha Filho e Juliano Dornelles, registi brasiliani che, in una cornice di fantascienza molto vicina alla realtà, ambientano la parabola di una cittadina brasiliana del Nord Est che i potenti vorrebbero cancellare dalla carta geografica per poterla trasformare in materia di speculazioni finanziarie. La metafora riguarda il Brasile di oggi e i timori legati alla svolta conservatrice e militarista attuata da presidente Bolsonaro: «Dedichiamo il film a tutti i lavoratori della cultura e dell’educazione, per i quali pretendiamo rispetto e di cui, in questo momento, ci sentiamo rappresentanti».

Nella stessa linea militante il premio della regia a Le jeune Ahmed dei fratelli Dardenne, abbonati alla Palma e quest’anno fuori dalle previsioni dei premi. Nella sala riservata alla stampa la notizia del riconoscimento (consegnato da Viggo Mortensen che ha ricordato il suo incontro con Agnes Varda) è stata accolta da ululati di disapprovazione. Stavolta, nel loro stile essenziale, i Dardenne descrivono la deriva fondamentalista di un tredicenne arabo residente in Belgio, diviso tra gli insegnamenti del Corano e le abitudini di vita della società occidentale, un conflitto che diventa insanabile e finisce per spezzare la sua adolescenza: «Abbiamo narrato la storia di un giovane fanatico religioso, ma vorremmo che questo film fosse un inno all’apertura verso gli altri, gli stranieri, i diversi da noi. Siamo convinti che questa sia la funzione del cinema».

I due migliori attori sono Antonio Banderas, che dedica il trofeo al «mentore» Almodovar, e Emily Beecham, protagonista dell’inquietante Little Joe, regia di Jessica Hausner. Nella lista dei premi le donne conquistano altre posizioni importanti grazie a Atlantique di Mati Diop (Gran Premio) e a Portrait de la jeune fille en feu di Céline Sciamma, vincitrice per la migliore sceneggiatura.

Il primo, sullo sfondo dei dintorni di Dakar, affronta, attraverso la vicenda di Ada, diciassettenne innamorata di Soulemain, ma promessa sposa a un uomo che non ama, il tema dell’immigrazione. La prospettiva, però, è capovolta (si parla del Paese lasciato e non di quello raggiunto) e la narrazione unisce toni realistici e magici in una chiave inusuale. Eppure la stessa Diop, notevolmente emozionata, non riesce a credere di aver meritato un premio. Atteggiamento opposto a quello di Celine Sciamma, lodatissima promessa del cinema francese al femminile che, grazie alla storia di una passione lesbica e settecentesco, ha già guadagnato la «Queer Palm» riservata alle opere su tematiche LGBT, nonchè i complimenti commossi del collega Xavier Dolan.

Al palestinese Elia Soulieman va la menzione speciale di una giuria che ha platealmente ignorato il cinema americano e che, con la Palma d’oro coreana, ribadisce l’importanza dei rapporti con l’industria cinematografica orientale, la più potente del nostro presente e futuro. Per il Festival che si nutre anche di glamour, lo schiaffo agli autori statunitensi, Quentin Tarantino in testa, ma anche Jim Jarmusch, non è una mossa fruttuosa. Con questi, e con i tanti problemi legati ai nuovi flussi di comunicazione, la rassegna, da oggi, dovrà fare i conti. —





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