Gazzetta di Reggio

L’intervista 

Gamberale e il mito di Arianna «Ci parla di amori e ingratitudini»

Adriano Arati
Gamberale e il mito di Arianna «Ci parla di amori e ingratitudini»

La scrittrice venerdì a Scandiano per Festivalove con il suo ultimo romanzo «Essere lasciati è straziante, abbandonarsi a qualcosa di nuovo è complicato» 

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Di amore e di abbandono, sulle orme del mito. Torniamo ad Arianna e all’ingrato Teseo, che lascia la sua salvatrice in cerca di nuove avventure, con una delle principali ospiti di Festivalove 2019, Chiara Gamberale. La scrittrice e conduttrice radiofonica romana è una delle autrici più seguite d’Italia, e venerdì 31 maggio nel cortile della Rocca dei Boiardo parlerà con Dario Vergassola del suo ultimo libro, “L’isola dell’abbandono”. Ispirato alla leggenda del labirinto del Minotauro, di Arianna e di Teseo. Uno dei tradimenti più celebri della storia letteraria, che la Gamberale utilizza come trampolino per la sua avventura di amori e abbandoni contemporanei.

Un amore interrotto, è quello di cui parlerà?

«Quello di Teseo e Arianna è uno dei miti più belli e dolorosi su amori e ingratitudini, ma questo non è solo un romanzo d’amore».

Cos’altro è?

«È un romanzo sui grandi momenti in cui la vita ci toglie non tanto il controllo della nostra esistenza, ma l’illusione di aver mai avuto il controllo su di essa».

Quando accade?

«In tre casi, credo. Quando muore una persona cara, quando nasce un figlio e quando ci innamoriamo. Tre grandi esperienze in cui la vita ci chiede di cambiare».

La sua Arianna di cambiamenti ne affronta parecchi.

«E anche di amori. Per la nostra protagonista brutalmente abbandonata dal Teseo contemporaneo, arriva un altro uomo, equivalente moderno di Dioniso, come nel mito».

Ma Arianna non muore?

«Ci sono due interpretazioni del mito. Nel primo caso Arianna muore di dolore e diventa una stella. Nella seconda versione sulla stessa isola si Naxos incontra Dioniso e diventa una divinità».

Una bella metafora?

«Quando accettiamo di elaborare il distacco rischiamo di diventare divini, di crescere».

Anche se nemmeno l’amore raggiunto è così semplice.

«Esatto, Arianna scoprirà che se essere abbandonata è straziante, abbandonarsi a qualcosa di nuovo è una questione complicata».

Ed è più difficile dare la colpa ad altri.

«Ci sono persone abituate ad assumere il ruolo della vittima. Stavo scrivendo il romanzo e ho avuto delle rivelazioni, in questo senso. In amore non scappa solo chi scappa, ma anche chi rincorre chi scappa. Anche lui fugge dalla relazioni».

E dal compito più arduo...

«È quello il tema. Una volta raggiunta la relazione, va vissuta, dobbiamo scavare dentro noi stessi per raggiungere gli altri».

Questa è la parte più noiosa da raccontare? Tutti sono interessati al dramma, non alla tranquillità coniugale.

«Non a caso il personaggio più difficile da scrivere è stato “D”, il mio Dioniso moderno. L’ho dovuto scrivere tre volte, perché volevo parlare di un uomo risolto».

Dov’era il problema?

«Rischiava di essere più interessante Teseo con le sue nefandezze. È un rischio che c’è sempre, quello che le persone e le storie risolte siano poco da interessanti da raccontare».

Ha superato la questione?

«Sì, sono contenta, il nostro “D” è anche un bel provocatore, propone un nuovo modo di essere uomo, di porsi di fronte a una relazione».

La protagonista è però l’Arianna abbandonata.

«È lei che metto a tu per tu con i grandi cambiamenti della vita: abbandono, amore, morte, nascita di un figlio. Lo faccio in un romanzo che non so se finisce bene o male, sto ricevendo i più diversi ritorni come sempre. Non amo giudicare persone, figuriamoci i personaggi».

Tutti con le loro sfaccettature, in fondo?

«E verrebbe da chiedersi perché dopo così tanto labirinto, per certe donne è comunque più interessante tenere il filo fuori dal labirinto per l’eroe».

Esiste una risposta?

«Arianna è come tutti noi, è bella complicata, non possiamo sempre dare colpa agli altri. Questo mito avrà sempre qualcosa da dirci». —





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