Omaggio a Guccini tra sorrisi, riflessioni e infinite emozioni
Il cantautore ospite di Festivalove con il libro “Canzoni” «Ognuno ha il suo Matteo, il mio è il vescovo Zuppi»
«Grazie per quello che ci hai regalato». Nella voce commossa di una spettatrice, chiamata a fare una domanda, il riassunto del sentimento collettivo che ha dominato il pomeriggio di Festivalove dedicato a Francesco Guccini. In una piazza Fiume riempita da diverse centinaia di persone, il cantante modenese ha parlato di “Canzoni”, il libro scritto dall'amica Gabriella Fenocchio per analizzare filologicamente i testi di cinquanta fra i suoi brani. Guccini e la Fenocchio sono stati annunciati da Dario Vergassola, curatore artistico del festival e devoto fan: «Senza di lui, oggi probabilmente farei altro». Un primo omaggio seguito da quelli del pubblico, diviso fra silenzi sospesi per ogni intervento gucciniano, applausi sentiti e una lunghissima fila conclusiva per la firma del libro.
Nell’ora abbondante di chiacchiere in libertà con la Fenocchio, Guccini ha ricordato per l’ennesima volta la sua impressionante capacità di far sorridere, pensare ed emozionare nello stesso tempo. Risate amare, anche: «Sono nato il 14 giugno del 1940, l’Italia è entrata in guerra poco dopo, pensate che culo. All'epoca c'erano le leggi razziali fasciste, il mio certificato di nascita recita “di razza ariana”. Me lo tengo stretto, di questi tempi non si sa mai», ha raccontato. In maniera lieve ha smitizzato i primi passi, con dolcezza e ironia: «Ricordo ancora mio padre e il maestro che parlano. Mio padre diceva che volevo fare lo scrittore, il maestro rispose ridendo che scrivevo come un cane. Questo è stato il mio esordio. Poi mi sono dato alle canzoni, colpa del cinema: con alcuni amici vedemmo un filmetto rock & roll, cinque ragazzi di una band in un campo scout femminile di 3.000 ragazze. A Modena non era proprio così. Uno degli amici disse: “Dobbiamo formare un gruppo”.
Si fa anche sul serio, con la Fenocchio a sottolineare il frequente uso della parola “forse” nei suoi testi, così come la spietata assenza di retorica. «Oggi il dubbio non viene molto valorizzato, non ci si mette mai in dubbio, io ho sempre cercato di farlo e credo sia sempre bene farlo. Ho sempre cercato di scappare dalla retorica e di scrivere solo canzoni che avessero qualcosa da dire. Non erano solo canzonette, tante volte».
E non è solo un tuffo del passato, quello scandianese. «Mi chiedete cosa si può fare per il futuro? Leggere, leggere, leggere. Farsi idee, conoscere. Oggi la televisione ce lo rende difficile, e io di Tv ne guardo. Abbiamo passato mesi a capire se il fidanzato di Pamela Prati esiste».
Inevitabile, dopo tante punture lasciate qui e là nella discussione, anche un affondo politico. «L’anno scorso a Bologna ho fatto un dibattito in una scuola bolognese. Si parlava di migranti e i politici di destra hanno chiesto fosse un dibattito. C'era un tale Bosco e gli ho detto: “A Ellis Island, nel monumento al vecchio luogo di accesso dei migranti a New York, sono incisi i cognomi di tutti quelli che hanno emigrato. Non so se c'è il suo cognome, ma Guccini c'è. Era un mio prozio (citato nella bellissima “Amerigo” ndr) che era andato a fare il minatore non perché gli piacesse». Da lì il salto verso la politica: «Ognuno ha il Matteo che preferisce. Io faccio notare che di Salvini, a Ellis Island, ce ne sono oltre duecento. Come Matteo, io mi trovo benissimo con Matteo Zuppi, il vescovo di Bologna. Mi cita nelle sue omelie, siamo andati ad Auschwitz insieme e mi ha tirato su quando mi sono rotto una spalla». —
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