Gazzetta di Reggio

Gallerista-detective sulle tracce in città di Antonio Ligabue

Tiziano Soresina
Gallerista-detective sulle tracce in città di Antonio Ligabue

Antonio Esposito ha scovato un mondo di collezionisti E spunta una tigre donata a un’infermiera del SantaMaria 

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Sulle tracce nascoste, in città, del pittore Antonio Ligabue. E nella vecchia Reggio sono spuntate non solo opere ma anche intriganti storie sull’artista che ha sempre creduto nella forza della sua creatività. L’idea è venuta al gallerista Antonio Esposito che, calatosi nei panni del detective, ha trovato nel giro di tre mesi spunti e quadri inediti di “Toni”, dando così forma ma anche contenuti ad una mostra davvero interessante.

“Ho voluto aprire nuovi spiragli – ci spiega il curatore della retrospettiva – e ve ne sarebbero ancora altri, perché parlando con le persone si è aperto come un mondo di collezionisti del capoluogo che amano Ligabue e si tengono ben strette le opere acquisite tempo addietro. Una ricerca entusiasmante, inoltre da sempre sono colpito dalla forza espressiva, dalle emozioni che regalano le opere di questo pittore che unisce al talento un’esistenza tormentata».

Facendo tesoro di alcune segnalazioni, il gallerista-investigatore ha pian piano rintracciato storie e quadri. Un olio raffigurante una tigre venne donato dall’artista ad un’infermiera del Santa Maria Nuova durante un periodo di degenza. L’opera – inquadrata nel secondo periodo che va dal 1939 al 1952 – venne dipinta da Ligabue in ospedale dove era ricoverato per quegli atti autolesionistici (si deturpava il volto con sassi o pietre) che caratterizzarono tutta la sua vita. Altre creazioni come II postiglione (ad olio) e Lotta di galli (è un disegno) del terzo periodo artistico (1952-1962) appartengono ad un reggiano a cui “Toni” si rivolgeva per avere i pezzi di ricambio per le sue amate moto. Proprietari di quadri ovviamente di età avanzata, come lo è il noto collezionista che ha messo gli occhi su alcune opere in mostra. E dai lontani ricordi cittadini, spunta persino un piccolo laboratorio in cui Ligabue, affittandolo, avrebbe dipinto per un certo periodo a Reggio Emilia, probabilmente negli anni Cinquanta. E, ironia del destino, quello spazio di circa 60 metri quadrati, si trova proprio nel palazzo in cui ha sede la galleria Phidias Antiques che propone l’odierna mostra sul “pittore matto” come veniva comunemente chiamato nella Bassa e non solo. È nell’androne, di fronte all’entrata della galleria, con una finestrella che dà un po’ di luce. Secondo la testimonianza d’epoca raccolta da Esposito, i bambini disturbavano spesso il pittore prendendolo in giro per poi colpire ripetutamente quella finestrella, irritandolo a tal punto che lui rispondeva a modo suo, cioè lanciando dei pennelli. Provocazioni all’artista che anche a Gualtieri – dove viveva – lo portarono ad arrabbiature simili.

Vecchi racconti su un pittore ora unanimemente riconosciuto come uno dei maggiori espressionisti del Novecento italiano, dal mercato sempre in fibrillazione: «Non è facile però trovare sue opere – rimarca Esposito – perché i collezionisti se ne privano sempre a malincuore». Sergio Negri, il maggior esperto dell’arte di Ligabue, offre nel catalogo della mostra “Nel segno di Antonio Ligabue” una sua illuminante testimonianza: «Vederlo dipingere era entusiasmante: la sua mano andava libera e sicura sulla tela, senza pentimenti o titubanze, istintivamente guidata da una ricca fantasia visionaria, che lo portava alla immediata esecuzione figurativa, senza abbozzi a cenni d’assieme». Toni diceva spesso: »Io sono un grande artista, quando sarò morto i miei quadri costeranno tanto!». Anche questa singolare mostra conferma le sue parole. —





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