Pupi Avati, tra saggezza e poesia. «Sono nella quarta fase del viaggio quando sai che tornerai bambino»
Il grande regista ospite sabato pomeriggio di “Medici Ermete” alla tenuta Rampata di Montecchio. Si è raccontato tra episodi privati, ricordi professionali e una commovente lezione di vita
MONTECCHIO Un ospite speciale sabato scorso alla tenuta Rampata di Montecchio: il regista Pupi Avati. Il grande maestro del cinema italiano si è raccontato di fronte a una platea gremita, in prima fila il vescovo Massimo Camisasca, tra i filari di vite di Medici Ermete. L’incontro era il terzo di “Medici per il territorio”, un progetto nato per sdoganare il vino dal suo ambito tout court e renderlo ambasciatore di un dialogo con altre discipline. In questo caso, la settima arte: Pupi Avati ha da poco superato i cinquant’anni di carriera e non si è ancora fermato. Quest’estate è atteso in sala il suo ultimo film, “Il signor Diavolo”, tratto dal romanzo da lui scritto. «Quando ci siamo riuniti per decidere gli ospiti – racconta Alessandra Medici, la padrona di casa – il minimo comune denominatore era un “emiliano doc”. E il primo a cui abbiamo pensato è stato proprio lui. Perché è una persona di grande saggezza, che allo stesso tempo sa essere pungente e brillante. Poi abbiamo scoperto che ama il vino, e questo è un connubio perfetto».
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I ricordi A introdurre l’intervento del maestro un videoclip con alcune delle scene più memorabili dei suoi film, tra cui “Una gita scolastica”. «La colonna sonora di questo film mi fa emozionare – commenta il regista – perché penso a chi non c’è più. A casa ho una parete su cui ci sono tutti quelli che hanno avuto un significato nella mia vita. Mi servono quando devo dare nome ai miei personaggi. Penso che ricordare sia un modo di pregare». Avati ha voluto esprimere tutta la sua gioia nel trovarsi di fronte a un pubblico così numeroso, ricordando le parole del coreografo Hermes Pan: «Quando gli chiesi che cosa provava a lavorare con Fred Astaire e Ginger Rogers, mi rispose: “La nostalgia del presente”. È questa la felicità. Capire che ciò che stai vivendo lo devi vivere con il massimo della riconoscenza».
Il racconto E un uomo di ottant’anni, dice, deve andare in giro a raccontare, perché gli altri non facciano gli stessi errori. Così il maestro ha cominciato a raccontare la sua vita, dagli anni d’infanzia nella Bologna del dopoguerra all’adolescenza da ragazzo timido e un po’ emarginato. Poi l’incontro con la sua futura moglie. «Un giorno ero con il mio miglior amico, quando vidi una ragazza bellissima. La convincemmo ad uscire per un gelato in collina. Io non dissi una sola parola. Andammo avanti così per tre venerdì di fila. Finché, il quarto venerdì, l’occasione di riaccompagnarla a casa. Avevo cinque chilometri di tornanti, ma non riuscivo a farmi venire in mente nulla. Poi però, arrivati al suo indirizzo, ecco l’illuminazione: le feci vedere l’orologio, mancavano cinque minuti a mezzanotte. “Domani è il 19 settembre, le dissi, e nessuno mi ha fatto gli auguri. In tutta la giornata nemmeno un bacio”. Lei ci pensò su e mi baciò. Ma io compio gli anni il 3 novembre». Quindi il matrimonio, la separazione e la riconciliazione. E da allora non si sono più lasciati: «Non è che non litighiamo più, anzi. Ma ora ho capito che dentro ai suoi occhi c’è tutta la mia vita, ci sono io. Io esisto perché esiste lei». Erano gli anni in cui Pupi Avati aveva da poco intrapreso la carriera nel cinema, ma prima aveva provato la strada del jazz. «Studiai clarinetto ed entrai nella Doctor Dixie Jazz Band. Giravamo tutt’Europa, finché un giorno arrivò uno, un certo Lucio, che faceva degli assoli pazzeschi».
La carriera Era un giovane Lucio Dalla. Un talento incredibile, tanto da suscitare in lui una tentazione: “Una mattina lo portai sulla Sagrada Familia. Non l’avrei mai buttato giù, ma se si fosse inciampato… invece decisi di abbandonare il mio sogno di suonare». Così inizia la carriera come venditore di pesce surgelato. Finché un pomeriggio vede “8 ½” di Fellini che lo segna per tutta la vita. «Andai dai miei amici al bar Margherita e gli dissi di andarlo a vedere. Poi li convinsi a fare un film. Era il ’68, tutto era possibile». Così prende vita “Balsamus, l’uomo di satana”, l’opera prima di Pupi Avati, prodotta grazie a un misterioso benefattore, Mister X.
La lezione «Ora voglio dirvi cos’è la vita – conclude il maestro –. Ognuno pensa che, raggiunta la cima della collina, troverà quell’opportunità che aspetta da sempre. È come un’ellisse: nella prima parte del viaggio siamo convinti che tutto duri per sempre. Nella seconda cominciamo a usare quello strumento tossico che è la ragione, e a pensare tutto in termini di convenienza. La terza coincide con il disapprendimento. Poi arriva la quarta, in cui mi trovo ora, spaventosa e meravigliosa. Perché hai un senso preciso di ciò che ti aspetta, tornare bambino. Anziani e bambini sono gli esseri umani migliori. Cos’è che li accomuna? L’essere vulnerabili». —
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