Gazzetta di Reggio

la tradizione 

La notte di San Giovanni fra tortellate e antichi riti

Luciano Salsi
La notte di San Giovanni fra tortellate e antichi riti

Domenica cade la ricorrenza festeggiata a tavola in tutta la provincia L’origine della celebrazione è molto antica e affonda le radici nella cultura pagana

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Il Parmigiano-Reggiano non è l’unica specialità gastronomica che unisce due città divise da un atavico campanilismo, derivante da secoli di divisione politica e concorrenza commerciale.

Reggio e Parma hanno in comune, con qualche variante, anche il piatto che la tradizione impone per la sera del 23 giugno, la vigilia della festa di San Giovanni Battista: i tortelli, che qui si chiamano semplicemente verdi e al di là dell’Enza “d’erbetta”. L’origine della ricetta è incerta, ma dobbiamo riconoscere ai parmigiani la primogenitura della festa, che ha sempre contagiato i comuni reggiani della val d’Enza, come Sant’Ilario e Montecchio, e ormai è diffusa anche nella nostra città e nel resto della provincia.

Al di là e al di qua del fiume, San Giovanni è sinonimo di tortellata con cui imbandire all’aperto grandi tavolate che consentano ai commensali di ricevere dal cielo la magica rugiada della breve notte di mezza estate.

La differenza è che i “tordé d’arbètta a la pramzana” richiedono l’aggiunta della ricotta nel ripieno, mentre i “turté d’bédi” della tradizione reggiana s’accontentano di bietole o spinaci. Come altre ricorrenze del calendario cristiano, anche quella di San Giovanni fu fatta coincidere con una festa pagana, quella del solstizio d’estate che cadeva sei mesi prima del Natale, il giorno del solstizio d’inverno in cui il sole “invitto” periodicamente rinasce.

Vi sono connesse antiche usanze che sopravvivono in varie regioni d’Europa come i falò che si accendevano per perpetuare un rito magico, interpretato da alcuni studiosi come magia purificatrice atta a scacciare i demoni e le forze occulte della natura. Questa era considerata una “notte delle streghe”, peraltro propizia per lo sbocciare dell’amore. In Veneto le ragazze scrivevano i nomi dei corteggiatori su bigliettini che gettavano in un catino per scegliere quello che s’apriva per primo.

Le ragazze abruzzesi si svegliavano all’alba: la prima che avesse visto nel sole nascente il volto di San Giovanni decapitato si sarebbe sposata entro l’anno. Alla rugiada di questa notte sono attribuite proprietà salutari e rinvigorenti per gli uomini e per le piante che ne sono bagnate. Perciò è consuetudine raccogliere per San Giovanni essenze come la ruta, l’artemisia e l’aglio, in Emilia anche le noci acerbe con cui preparare il tipico liquore nocino. Nella nostra provincia, purtroppo, l’umidità notturna è legata pure a un evento luttuoso avvenuto la notte precedente, il 22 giugno 1944, quando alla Bettola insieme alle goccioline d’acqua piovvero i proiettili dei nazisti, provocando la strage rievocata nel 2016 dal film “La rugiada di San Giovanni” di Christian Spaggiari.

In quel di Parma, invece, la “rozäda d’San Zvan” è indiscutibilmente un balsamo benefico, che nell’immaginario popolare coincideva con la benedizione dell’acqua sparsa un po’ ovunque dal Santo battezzante. Si pensava che le erbe medicinali, madide di rugiada, acquistassero maggiore efficacia. Le ragazze, per trovare l’amore, nella notte del solstizio dovevano strofinare sull’umida mentuccia dei campi la parte più intima del corpo.

I contadini erano convinti che inumidendosi il viso con le foglie di tarassaco imbevute di rugiada avrebbero combattuto i malanni. Le rezdore, infine, usavano esporre quella notte le coperte e gli abiti dei congiunti per preservare gli abiti dalle tarme e le persone dalle sciagure. —



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