Gazzetta di Reggio

Fontanesi e il Sol Levante vita ed arte si intrecciano

Un particolare del dipinto "Ingresso di un tempio in Giappone" di Antonio Fontanesi
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Un particolare del dipinto "Ingresso di un tempio in Giappone" di Antonio Fontanesi

Reggio Emilia, il dipinto “Ingresso di un tempio in Giappone” ci porta agli anni 1878 e 1879 quando il pittore reggiano viene chiamato a Tokyo come insegnante . La mostra a Palazzo dei Musei

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REGGIO EMILIA. In poco più di due mesi (si è aperta il 5 aprile e si concluderà il 14 luglio) la mostra “Antonio Fontanesi e la sua eredità. Da Pellizza da Volpedo a Burri” allestita al Palazzo dei Musei ha raccolto un ampio interesse di pubblico, testimoniato dalle 15.209 presenze registrate e dai 6.914 biglietti (a pagamento o omaggio) staccati all’ingresso del Palazzo dei Musei di Reggio Emilia. Le 15.209 presenze includono, oltre ai visitatori singoli con biglietto, i 3.898 visitatori della mostra “Nati sotto lo stesso cielo” allestita alla Galleria Parmeggiani, dedicata ad opere di artisti reggiani contemporanei e collegata alla mostra sul Fontanesi e i partecipanti a conferenze e visite.

L’OPERA. Fra le opere di Fontanesi in mostra, che più attraggono i visitatori, si conta “Ingresso di un tempio in Giappone” (1878-1879), preparazione a chiaroscuro su tela, dimensioni 114 per 145 centimetri, proprietà dei Musei Civici. Il quadro incuriosisce di primo acchito per il soggetto insolito che viene rappresentato, ed è di grande interesse sul piano critico e storico. Una storia che si intreccia con la vita dell’artista e con la storia e il gusto del suo tempo, collegando in maniera singolare e sorprendente Reggio Emilia al Giappone e colpendo appunto la sensibilità del pubblico di oggi. A questo proposito questa sera (ore 21) lo storico dell’arte Floriano Terrano terrà una conferenza su “Chiaroscuro giapponese: l’eredità di Fontanesi nel Sol Levante”. Ecco storia e significato di “Ingresso di un tempio in Giappone”.

LA STORIA. Nel 1875 Antonio Fontanesi apprende che il ministero della Pubblica istruzione sta cercando insegnanti per la costituenda Kōbu Bijutsu Gakkō, la scuola tecnica di Belle arti di Tokyo costola del Collegio imperiale di Ingegneria. Il pittore reggiano partecipa alla selezione per l’importanza dell’offerta economica (pare che il ministero giapponese offrisse 10.000 lire l’anno, contro le 1.800 che Fontanesi guadagnava insegnando all’Accademia Albertina di Torino) e per vedere quei luoghi d’Oriente di cui tanto si parlava. Il Giappone aveva iniziato da pochi anni l’Epoca Meiji, che si caratterizzò da subito con l’apertura del Paese alle altre nazioni e in particolare l’Occidente. Esperti di tutte le nazioni vennero convocati per trasmettere i loro saperi e agli italiani vennero riservate le arti.

L’ATELIER. Venne selezionato Fontanesi, con lo scultore siciliano Vincenzo Ragusa e l’architetto Giovanni Vincenzo Cappelletti. Fontanesi salpa da Napoli e raggiunge Tokyo nel luglio del 1876, dopo un mese e mezzo di viaggio. Il governo giapponese importa tutti i materiali richiesti da Fontanesi per allestire un atelier all’occidentale. La sua classe fu molto frequentata e Fontanesi godette di grande rispetto da parte dei suoi allievi. Uno di essi, Masazu Fuji, raccolse gli appunti delle lezioni di Fontanesi. Alcuni dei suoi allievi, come Chu Asai e Matsuoka Hisashi, si recheranno negli anni successivi in Occidente e inizieranno uno stile all’occidentale della pittura giapponese. Al suo ritorno in Italia per motivi di salute nel 1878, Fontanesi basandosi su alcuni suoi appunti e su bozzetti che aveva portato con sé in Italia inizia a preparare questo dipinto rimasto alle fasi iniziali. Il dipinto, uno scorcio con figure vestite in abito tradizionale, è un documento che testimonia il modo di lavorare del Fontanesi maturo, fortemente legato ai suoi esordi quale pittore di scenografia.
 

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