Gazzetta di Reggio

Il Maestro del bianco e nero racconta

Roberto Fontanili
Il Maestro del bianco e nero racconta

Stanislao Farri sabato compie 95 lucidissimi anni: «La prima macchina fotografica me la prestò Renzo Vaiani»

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REGGIO EMILIA. «Quando hai la macchina fotografica in mano non bisogna dormire in piedi». Il saper cogliere l’attimo è solo uno degli insegnamenti con cui il grande fotografo reggiano Stanislao Farri ci ha accolto nella sua abitazione-studio in cui conserva le prime foto realizzate con la macchina prestatagli da Renzo Vaiani. «E sono ancora buoni scatti» dice, aggiungendo, lui maestro del bianco e nero, che «non ci sarà mai la risposta alla domanda se è meglio il bianco e nero o il colore». Con a fianco la sua amica e vicina Tosca Spaggiari, il maestro che il sabato compie 95 anni (e con la patente confermata per i prossimi due anni) ci ha raccontato pezzi di vita e la sua visione della fotografia. «Il digitale misura la capacità delle persone che lo utilizzano», dice secco, sottolineando che «la foto si fa prima in testa e quando fai una buona foto te ne accorgi subito, le altre le fai perché non ti senti sicuro. La foto bella parla da sola e la fotografia tira fuori la personalità del fotografo».

Una memoria vivida e due occhi mobilissimi, gli stessi che gli hanno consentito di realizzare scatti che sono un punto di riferimento per la fotografia italiana, e un carattere che l’età ha solo un poco ammorbidito. «Vedevo una signorina per strada e la fotografavo con gli occhi e poi le chiedevo se voleva farsi una foto nuda, ma solo dalla cintola in su», rammenta sorridendo, per poi aggiungere che «Carlo Vannini è stato il fotografo più bravo di Reggio. Mi faceva vedere le foto, io le correggevo».

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Farri torna ai suoi inizi da operaio alla Tipografia Notari e alla Cooperativa Operai Tipografi, poi fallita. Da lì è partita la sua carriera iniziata nel 1940 con primi scatti e interrotta solo un anno fa dopo l’ultimo ricovero in ospedale. Per lavoro si è dedicato anche alla fotografia industriale. Tanti i clienti famosi come la Ferrari dove, ricorda, «il commendatore Enzo mi metteva a disposizione per una giornata intera un auto con l’autista e mi lasciava fare quello che volevo» e poi Maserati, Bormioli e tanti altri marchi. Compresa la Casalgrande Padana: «Avrei dovuto fare io il servizio ma mi sono ammalato e hanno chiamato Kenna». «Ho commesso anche degli errori di cui mi sono pentito» aggiunge il Maestro che, consapevole del suo talento a volte scomodo, racconta di essere arrivato alla fotografia «perché era l’unico hobby che mi piaceva e mi piace».

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«Chiusa la cooperativa – continua il racconto – sono andato a Brescia e ho comprato due macchine. Erano in legno e le ho usate a lungo». Come la prima che gli avevano regalato e che per poterla usare doveva chiudere i buchi con i cerotti. «Nel mio lavoro – spiega – non ho mai cercato clienti, lasciavo che fossero le fotografie a farlo e cercavo di fare quello che non facevano gli altri». Farri ha accumulato negli anni con una straordinaria maestria in camera oscura frutto anche di continue sperimentazioni. «Lavoravo fino alle due o le tre di notte. Fino a quando la Vanda mi urlava “non è ora di venire a letto?”. Con Vanda si sono sposati quando avevano 27 anni e non si sono più lasciati fino alla sua morte pochi anni fa. Reggio e la moglie sono stati il suo approdo sicuro. «Senza Vanda non ci sarebbe stata nemmeno questa casa»dice commosso.

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Prima di salutarci ci accompagna nel suo laboratorio-camera oscura dove c’è ancora l’ingranditore che ha sempre usato ora coperto da un sacco bianco. Un laboratorio che è una miniera con oltre 60 carpette e i titoli sono quelli dei soggetti più cari: Alberi, Nuvole, Interni, Paesaggi, scatti divenuti famosi. «Il mio archivio l’ho ceduto alla Biblioteca Panizzi. Manca l’ultima parte e mi hanno detto che non c’erano più soldi, poi più nulla».

Nel salutarci ci mostra il catalogo arrivato pochi giorni fa da New York di una mostra alla Grey Art Gallery con alcune sue foto e la prefazione di Martin Scorsese. L’ultimo dei tanti riconoscimenti ricevuti in Italia e all’estero nel corso di una prestigiosa carriera iniziata, oltre mezzo secolo fa, come autodidatta. —


 

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