Gazzetta di Reggio

Palazzo Da Mosto 

Il poeta Rentocchini: «Cos’è il dialetto? La lingua degli affetti»

Giulia Bassi
Il poeta Rentocchini: «Cos’è il dialetto? La lingua degli affetti»

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«Presento un libro appena uscito per la Book di Ferrara con le mie ultime 44 ottave. In trent’anni ho scritto trecento ottave e dopo queste 44 penso che non ne scriverò più. Mi piace chiudere con il numero 300: si ricollega al 3 e comunica un senso di circolarità, di perfezione che corrisponde all’idea che ho delle ottave». Così il poeta sassolese Emilio Rentocchini parla dell’incontro in programma questa sera (ore 21.30) per “Vola alta parola”, promossa da Fondazione Palazzo Magnani a cura di Guido Monti nel cortile di Palazzo da Mosto. Con lui la poetessa Antonella Anedda-Angioy: entrambi dialogano con Roberto Galaverni. Rentocchini, uno dei più importanti poeti contemporanei, scrive ottave in dialetto sassolese. Nel 2001 con Garzanti ha pubblicato Ottave e nel 2005 con Donzelli Giorni in prova. È notizia di questi giorni l’assegnazione del Premio Pierluigi Cappello.

Rentocchini, cosa significa scrivere per ottave?

«Riprendere la tradizione dell’Ariosto del Boiardo… io scrivo nel dialetto di Sassuolo, tuttavia realizzo sempre una traduzione in italiano».

La differenza?

«Hanno funzioni diverse: l’italiano trasmette il significato preciso, il dialetto invece la musica… ed è fondamentale che non si capisca: si deve sentire nell’aria; mi serve come chiave interpretativa del presente e del futuro. Da una parte sta la lingua imparata a scuola, l’italiano, votata alla precisione grammaticale e, dall’altra, il dialetto senza regole all’interno. L’ho acquisita senza parlarla, era la lingua della mia famiglia. È la lingua degli affetti».

Di solito, il dialetto si associa al “far ridere” …

«Questa è la poesia dialettale. Io l’intendo come poesia in dialetto! Per fare poesia uso il dialetto indispensabile per tradurre quello che ho dentro. Ho iniziato a pensare di scrivere poesie a 15 anni e ho pubblicato il primo libro a 35: ho capito che possedevo una lingua diversa divenuta poi la lingua della poesia, una lingua d’arte».

Tornando all’italiano…

«Ho sempre cercato di tenere insieme il pensiero e il sentire e quando Garzanti mi propose di fare il testo a fronte ho pensato che era perfetto: credo che la poesia sia una riflessione frutto di una lucidità interiore ma ho bisogno di sentire e percepire tenendo insieme i due aspetti, carne e cervello. Così continuo a scriverne in due lingue. Chissà, mi chiedo… per farne una terza? —



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