Gazzetta di Reggio

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Un violino che suona il jazz per un concerto senza confini da Cuba fino alla Svizzera

Adriano Arati
Un violino che suona il jazz per un concerto senza confini da Cuba fino alla Svizzera

Alle 21.30 al Castello di Casalgrande l’esibizione della violinista Canizares accompagnata da tigelle e salumi

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CASALGRANDE. «Voglio una musica senza confini, senza vincoli, perché è così che io mi sento». Annuncia una serata di commistioni, miscele, ritmi e suoni lontani uniti fra loro la violinista cubana Yilian Canizares, oggi in scena al castello di Casalgrande Alto per il concerto più atteso dell’edizione 2019 del festival jazz di Casalgrande.

L’appuntamento è alle 21.30 nel complesso storico casalgrandese per l’esibizione in trio con il bassista Childo Tomas e il percussionista Inor Sottolongo. Il biglietto unico costa 8 euro. Dalle 20, per chi vuole, sarà possibile cenare sul posto con gnocco, tigelle e salumi. Una bella occasione per ascoltare dal vivo il terzetto di un’artista di grande talento e duttilità, nata a Cuba e cresciuta musicalmente fra il Venezuela e la Svizzera, oggi la sua seconda patria.

Yilian, almeno in Italia, quando si pensa alla musica cubana non si pensa al violino. Lei è un’eccezione?

«In realtà il violino ha un ruolo molto importante nella musica tradizionale cubana. Le nostre “Charangas”, una delle prime tipologie di orchestre musicali cubane, in origine erano basate su violini e non su strumenti a fiato come invece si pensa adesso».

Oggi è ancora così?

«Alcune orchestre molto conosciute come l’Orquesta Aragón hanno un violino nelle loro formazioni, con un ruolo importante. Non mi vedo come un’eccezione ma l’evoluzione di una tradizione».

Nella sua musica si sentono tante storie, tante tradizioni. È un modo per omaggiare il passato o per costruire qualcosa di nuovo?

«Mi piace omaggiare le mie radici musicali e allo stesso tempo mantenerle vive, attuali. Mi piace l’idea di aprire le loro porte a nuovi suoni, miscelarne con nuove culture».

Dove vuole arrivare?

«Io voglio costruire una musica senza confini perché questo è il modo in cui mi percepisco come essere umano: una cittadina del mondo».

Lei ha iniziato a studiare musica giovanissima. E oggi lei vive di musica. Ha mai pensato ad una vita senza?

«No, perché la musica è come l’aria per me. Non posso assolutamente vivere senza musica, senza suonare, è davvero come l’ossigeno per me, non ho mai pensato ad un’altra alternativa».

Il suo ultimo album si chiama “Invocacion”? Chi voleva invocare? O che concetti?

«L’idea di fondo che sta dietro a questo lavoro arriva da una credenza spirituale cubana».

Quale?

«Si crede che lo spirito dei nostri antenati e delle persone importanti della nostra vita continui a camminare con noi anche dopo la morte. Il loro spirito cammina al nostro fianco e guida il nostro sentiero lungo la nostra esistenza. Io, con la mia musica, sto evocando alcuni di quegli spiriti che sento come mie guide».

Chi sono queste persone? Si può dire?

«Prima di tutto lo spirito di mio nonno, lui è stata una persona di enorme importanza. Ma non solo lui. Ho voluto richiamare anche alcuni artisti che hanno toccato il mio cuore in maniera profonda. Artisti come Luis Carbonell, Edith Piaf, Simon Diaz».

Lei suona il violino e allo stesso tempo canta. Due attività impegnative, per così dire. Si sente più cantante o più violinista?

«Io sono una musicista. La voce e il violino per me sono solo degli strumenti, come tanti altri, che mi permettono di raggiungere il cuore delle persone che mi ascoltano. Questo è il motivo per cui faccio musica». —

Adriano Arati

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