Poesia e fantascienza Dalla Preistoria a oggi la letteratura trova ispirazione dal cielo
Risale all’Uomo di Cro-Ma-Gnon la prima rappresentazione dei moti del nostro satellite, poi i grandi classici fino al Novecento
50 anni dopo
GIOVANNI GUIDOTTI
Trentamila anni fa un individuo, definito dai paleoantropologi Uomo di Cro-Magnon, iniziò a osservare il nostro satellite e si pose il problema di rappresentarne l’aspetto: nacque così quella che si potrebbe definire la più antica produzione artistica, l’Osso di Blanchard, su cui sono incise le fasi del moto orbitale intorno alla terra. Probabilmente è questo il primo racconto lunare della storia, proseguito in forma di miti e leggende a tutte le latitudini. Pare che gli etnologi siano riusciti a contare oltre mille nomi per indicare l’astro della notte, protagonista di altre migliaia di narrazioni: non resta quindi che proporre una scelta, non certo esaustiva, di autori e opere significativi dal punto di vista letterario, restringendo ulteriormente la visuale nell’ambito della cultura occidentale.
GLI ANTICHI
Partendo dalla mitologia greca, alla luna e alla sua dea, Selene, hanno dedicato i loro versi vari poeti, tra i quali Omero e l’inquieta, sensuale Saffo. Un caso emblematico è rappresentato dalla “Storia vera” di Luciano di Samosata, risalente al II secolo avanti Cristo, che può essere considerata antesignana del genere fantascientifico: nel suo divertente racconto lo scrittore compie un viaggio oltre le colonne d’Ercole e incontra non solo creature fantastiche, ma salendo nello spazio persino gli extraterrestri, i Seleniti.
La divinità ellenica si ritrova con il nome di Luna nei testi latini, in poeti quali Virgilio e Catullo, mentre Petronio, nel “Satyricon”, descrive con grande intuizione e stile i malefici effetti provocati dal satellite, inaugurando un filone “horror” giunto sino a noi con i medesimi ingredienti narrativi: il plenilunio, un cimitero e un uomo trasformato in licantropo.
IL MEDIOEVO
Sebbene già nel 300 dopo Cristo Sant’Agostino, dalla lontana Numidia (oggi Algeria), inviti a interrogare anche la luna per comprendere la bellezza dell’universo, occorre attendere sino al 1224 perché essa venga citata nella letteratura italiana, nel famoso “Cantico delle creature” di San Francesco (“Laudato si’, mi’ signore per sora luna e le stelle...”). Pure i grandi poeti trecenteschi trattano l’argomento, tuttavia, mentre Petrarca e Boccaccio lo sfiorano, Dante nella “Divina Commedia” (secondo canto del “Paradiso”) l’approfondisce, avviando con Beatrice una discussione filosofico-teologica sulle macchie lunari.
In epoca rinascimentale l’astro della notte continua a sollecitare confidenze sentimentali, come nel caso delle “Rime amorose estravaganti” di Torquato Tasso, o in quello di una composizione nel “Canzoniere” del Boiardo, dove il poeta-amante soffre per gli inganni della donna desiderata e si rivolge alla “splendida luna”. Nella letteratura occidentale il primo viaggio fantastico sul satellite è descritto dall’Ariosto, nel poema “Orlando furioso”, con Astolfo inviato lassù in groppa all’Ippogrifo, il cavallo alato, alla ricerca del senno smarrito dal paladino Orlando, poiché “La luna non è che il complemento della terra, il suo rovescio speculare, il luogo dove s’aduna tutto ciò che sulla terra si perde”.
I CLASSICI
All’appuntamento con questo tema, nel secolo successivo, non poteva mancare Shakespeare, che più volte tratta l’argomento, ma in due occasioni con un taglio particolare, riconducibile agli influssi di quelle fasi descritte dall’Uomo di Cro-Magnon: in “Romeo e Giulietta” lei esorta lui a “non giurare sulla luna, questa incostante che muta di faccia ogni mese”, e in “Otello” il geloso moro di Venezia afferma drasticamente: “È tutta colpa della Luna, quando si avvicina troppo alla Terra fa impazzire tutti”. In una dimensione fantasiosa e umoristica anche Cyrano di Bergerac (che oltre duecento anni dopo ispirerà la celebre commedia di Rostand) raggiunge il corpo celeste, su un razzo spinto da fuochi artificiali, ma una volta là non viene ben accolto dai seleniti: scambiato per uno struzzo riesce a fuggire evitando di finire in una gabbia.
Nel ’700 è il tedesco Raspe a riprendere i viaggi, con “Le avventure del barone di Münchhausen”, esilarante serie di imprese d’un nobile fanfarone che si vanta d’essere andato oltre le linee nemiche su una palla di cannone e due volte sulla luna.
I POETI
Il satellite col suo fascino attira inevitabilmente gli autori romantici, in primo luogo Leopardi, che con esso instaura un intenso dialogo interiore riportato in molte opere, tra cui i celebri versi di “Alla luna” (“...sovra questo colle io venia pien d’angoscia a rimirarti...”) e del “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” (“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?”). Ma pure oltre le Alpi due “poeti maledetti” trattano più volte l’argomento, Laforgue, ad esempio, in “Sera di Carnevale” (“...e lassù, guardate, la Luna sogna fredda come ai tempi in cui non v’era l’uomo”), e Baudelaire, nei versi da “I fiori del male” dedicati al languido astro della notte e alle sue lacrime, che quando cadono sulla Terra vengono raccolte e custodite dal poeta nel cuore. Nel frattempo gli allunaggi proseguono, con Poe che ne “L'incomparabile avventura di un certo Hans Pfaall” racconta di un riparatore di soffietti arrivato là su un pallone gigante e, soprattutto, con Verne, che grazie alle sue straordinarie intuizioni crea due capolavori della fantascienza, “Dalla Terra alla Luna” e “Intorno alla luna”, prefigurando un secolo prima l’impresa dell’Apollo 11.
il novecento
Anche nel ’900, periodo di conflitti, contraddizioni, ma pure di grande progresso, il cielo notturno viene scrutato dai poeti, tra cui D’Annunzio, in “O falce di luna calante” (“...qual mèsse di sogni ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!”), Ungaretti, ne “La luna rimarrà la luna” (“...e ci saranno sempre giovani che di sera al suo lume appartati si sorprenderanno a dire le parole felici”), Delfini, che in “Prima della fine del mondo” risponde in modo provocatorio al quesito leopardiano del “Canto notturno” (“Passarono gli anni, e la Luna non rispose al Pastore”), e Borges, ne “La luna” (“I lunghi secoli della veglia umana l’hanno colmata di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio”).
E se sul versante narrativo Pasolini la descrive, in “Ragazzi di vita”, alta nel cielo, rimpicciolita e disinteressata al mondo, “tutta assorta nella contemplazione di quello che ci stava al di là”, Calvino ne parla nel primo racconto delle “Cosmicomiche”, dal titolo “La distanza della luna”, intrecciando scienza, ironia, immaginazione, sogni e amore nella storia d’un tempo in cui il satellite, passando vicinissimo alla terra, durante l’alta marea poteva essere raggiunto con una scala. La produzione di romanzi di fantascienza è molto ricca, e sin dagli inizi del secolo diversi autori ipotizzano l’astro della notte abitato, ad esempio Burroughs, l’inventore di Tarzan, che in “Il popolo della Luna” fa vivere nel sottosuolo, fra rovine di antiche civiltà, mostri, feroci guerrieri e bellissime donne alate.
È infine emblematico il racconto “Pendolarità” di Asimov, dove uno scienziato, impegnato nel progetto di raggiungere il satellite, rimane vittima di credenze e superstizioni secondo le quali il cielo non dev’essere profanato, come probabilmente avrà pensato, disegnando le fasi lunari su un osso, quell’uomo di 30mila anni fa. Con grande lungimiranza Asimov scrive questa storia nel 1939 e la ambienta nel 1973, quattro anni dopo il “grande balzo per l’umanità” compiuto dagli astronauti di Apollo 11. —
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