Riscoprire l’identità dei reggiani attraverso un viaggio fra i loro soprannomi
Sarà un “dizionario” il nuovo libro in uscita di Paolo Nori «Si tramandavano di padre in figlio come un cognome»
reggio emilia. Riscoprire i soprannomi per raccontare l’identità di un luogo. Ha provato a farlo in questi mesi a Reggio Emilia lo scrittore Paolo Nori, insieme ai partecipanti a un laboratorio di scrittura promosso da Arci in collaborazione con il Gruppo Hera.
Il risultato di questa avventura letteraria collettiva è il “Dizionario dei soprannomi di Reggio Emilia”, opera di prossima pubblicazione che sarà letta in anteprima dai suoi estensori il 2 settembre alle 21.15 all’Arena Stalloni di via Samarotto, all’interno di una serata dedicata a “L’energia delle parole”. Come contrappunto ai soprannomi reggiani ci saranno i versi del romagnolo Raffaello Baldini, uno dei più importanti poeti italiani del Novecento, con la visione del film di Silvio Soldini “Treno di parole”. «I soprannomi – spiega Paolo Nori – sono delle minuscole, insignificanti onde sonore, durano per secoli (da noi i soprannomi si ereditavano, come i cognomi), hanno un'energia invidiabile che, con questo libretto, noi abbiamo cercato di catturare e di restituire. Mi sembra che il repertorio al quale stiamo lavorando sia molto ben riuscito, ma giudicheranno gli ascoltatori agli Stalloni e poi i lettori, quando uscirà il libro».
Fino a qualche anno fa i soprannomi erano molto diffusi e si sostituivano addirittura al nome di battesimo. Oggi questa pratica, che aveva caratteristiche e sapori molto regionali è quasi sparita.
«I soprannomi si sostituivano perfino al cognome, si tramandavano di padre in figlio. Non sono un sociologo, non so dare una spiegazione fondata su una conoscenza scientifica, ma mi viene da dire che la progressiva sparizione dei soprannomi è, forse, una conseguenza del fatto che, tra di noi, parliamo sempre meno. Mi sembra significativo che ci siano contesti più conservativi, come i piccoli paesi, la provincia, e il meridione, dove questa pratica non è andata in crisi».
Che caratteristiche ha un buon soprannome?
«Un soprannome è una creazione artistica, in un certo senso, e sfugge, quindi, alle regole. Posso fare un esempio: il romano, senza un’orecchia, che tutti chiamavano Er tazzina, aveva un bel soprannome».
Quali percorsi narrativi si aprono ragionando di soprannomi?
«Raccontare il motivo di un soprannome è raccontare una storia. L’idea è che raccontando una cosa marginale, di secondo piano, non ufficiale, come i soprannomi, salti fuori una faccia della città non ufficiale e quindi forse più vera e più interessante di quella che va a finir sulle lapidi o nei libri di storia».
Quali sono i soprannomi che ti sono piaciuti di più?
«Stiamo ancora lavorando, è presto trarre delle conclusioni. Preferisco citare il primo testo dei “Repertorio dei matti della città di Reggio Emilia” (realizzato nel 2017 da Arci in collaborazione con Marcos y Marcos, ndr), lavoro che è un po’ l’antenato di questo: “Uno era un ragazzo che aveva tirato giù la parete della cucina a picconate mentre i suoi genitori erano in vacanza, e l’aveva tirata giù perché non riusciva a sentire la musica dalla camera da letto alla cucina. Da quel giorno in paese era stato rinominato Number one”». —
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