Massimo Zamboni inaugura “Aperto” «Scavando ho trovato gli scomparsi»
L’artista il 21 settembre al teatro Valli farà i conti con Reggio, l’Emilia, le sue donne e i suoi uomini
REGGIO EMILIA. «Una presa di responsabilità per la nostra terra» ai grandi «scomparsi» che hanno definito l’Emilia dell’ultimo secolo e mezzo. È pronto a lanciare “Il richiamo degli scomparsi” Massimo Zamboni, maestro di cerimonie dell’imponente spettacolo in programma sabato 21 settembre al teatro Valli in apertura del Festival Aperto, una data unica in cui il chitarrista, cantante e scrittore farà i conti con Reggio, l’Emilia, le sue donne e i suoi uomini. Lo farà in compagnia di vecchie amiche come Nada, Ginevra Di Marco e Marina Parente, di giovani “eredi” come Vasco Brondi e del reggianissimo rapper Murubutu oltre a scrittori conosciuti lungo la strada come Aldo Nove ed Emilio Rentocchini. Sotto la regia di Fabio Cherstich, si alterneranno anche l’Orchestra delle Riapparizioni, la formazione fiatistica de L’Usignolo e i filmati di Piergiorgio Casotti. Al centro, un commovente elenco di scomparsi: Zavattini, Tondelli, Daolio, Valli, i Sarzi, Reggiani, Marisa Bonazzi, D’Arzo, Antonio Ligabue, Alcide Cervi, Giovanna Daffini, sino a Chierici, Ariosto e Boiardo. Padri e madri della cultura reggiana, il problema non era certo la mancanza di scelte. «Di “scomparsi” – esordisce Zamboni – ce ne sono tantissimi, per forza di cose ho pensato a dedicarmi al periodo dal ‘900 in poi: più facile concatenarli».
Come si mette insieme così tanta storia?
«Lo spettacolo è abbastanza imponente e per fortunata non ho avuto che pochi mesi per prepararlo, altrimenti sarebbe ancora più grande».
Come ha risolto?
«Mi sono concentrato sulla musica, che frequento abitualmente, ma è comunque un concerto teatralizzato con movimenti e letture codificate che si inseriranno fra le canzoni. E c’è una scenografia a tema».
Ha messo dentro tutto quello che voleva?
«Man mano che immaginavo gli scomparsi ne saltavano fuori molti altri, era quasi imbarazzante, abbiamo dovuto fare anche delle scelte».
Con tutti questi ospiti, non sarà mai da solo sul palco?
«Ci saremo sempre in quattro, io e i tre componenti della mia band, e attorno a noi ruoteranno da poche persone a intere decine: ci saranno vuoti e pieni, una parte più “Emilia Paranoica” e una più intima».
Come è arrivato agli scomparsi?
«Tutto nasce dal libro “L’eco di uno sparo”, quello è stato il punto di svolta nei confronti della voglia di approfondire sempre di più la nostra storia e la nostra terra».
E cosa è successo?
«Sono partito col desiderio di scavare sempre più, e se cominci a scavare è facilissimo imbattersi negli scomparsi, è stata una catena di pensieri che mi ha portato qui».
Gli ospiti sono arrivati dopo?
«Sì, la principale preoccupazione era mettere insieme gli scomparsi, sugli ospiti sapevo di poter contare. E ho trovato tanto entusiasmo. Vasco Brondi non farà altri spettacolo nel 2019, sarà solo con noi».
Ha chiamato persone di fiducia?
«Persone che seguo. Murubutu lo apprezzo da molto, Aldo Nove l’ho conosciuto a un festival in Sardegna e gli ho chiesto di partecipare».
Anche con queste voci ha dovuto fare delle scelte?
«Bisogna capire qual è la voce giusta per ogni singola canzone, e soprattutto come scioglierla dentro allo spettacolo. È un bel lavoro di incastro, sono fiducioso».
Lavora a questa serata da tempo. È contento di aver iniziato questo cammino?
«È una bella scommessa, ti giochi sei mesi di vita su una serata in cui potresti anche avere il raffreddore».
Allora perché l’ha fatto?
«È una presa di responsabilità verso la propria città, mi rendo conto di quante persone posso coinvolgere, di quanti artisti posso tirare in ballo senza altro diritto che la cittadinanza comune».
Non è poco, no?
«No, ma potrebbe anche sembrare una cosa sfacciata. Invece credo che ognuno di noi, nel grande e nel piccolo, contribuisca a una narrazione che dà l’idea della nostra collettività».
Beh, se non Zamboni, chi avrebbe potuto farlo?
«Mi rendo conto che ho questa possibilità e soprattutto credo molto nella necessità che un artista si metta al servizio. Mi sento sempre come in un servizio civile, proprio io che lo detestavo quando l’ho fatto: ho iniziato ad apprezzarlo quando da obbligo è diventato necessità».
È un mettersi alla prova?
«Io non amo le sfide di per sé, sono poco avventuroso e non mi piace chi cerca s di forzare i limiti. Questo è un discorso e pacato, non stiamo cercando il “macabrismo”».
Dove volevate arrivare?
«Vorrei che chi sarà allo spettacolo uscisse rasserenato, che capisse quanto facciamo parte di questi scomparsi, e quanto loro fanno parte di noi avendoci fatto diventare quello che siamo». —
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