Reggio Emilia, la storia di Simonazzi: il maestro liutaio che fa rivivere i suoni degli strumenti antichi
Autodidatta, ha lavorato dai Maggi a Branduardi e Guccini. Suona e costruisce ghironde, pive del carner e molto altro
REGGIO EMILIA. Dai Maggi, il tradizionale canto dell’Appennino reggiano, a collaborazioni e incisioni con Gianna Nannini, Branduardi e con Guccini. Salvo poi tornare e restare tenacemente ancorato alla sua passione originaria, la riscoperta e la valorizzazione delle musiche della tradizione popolare e la realizzazione e il recupero di strumenti antichi. Paolo Simonazzi, compositore, polistrumentista (suona fisarmonica, organetto, ghironda, cornamusa, zampogna, tamburello e piva dal carner, la zampogna dell’Appennino) è liutaio e musicista autodidatta.
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«Ho studiato solo un po’ di chitarra classica», dice. La sua è la storia lunga quasi quarant’anni di chi è riuscito a fare della propria passione una professione, che lo vede oggi tra i pochissimi maestri liutai in Italia in grado di restaurare e costruire antichi strumenti musicali.
Zampogne, tamburelli o strumenti medioevali, richiesti non solo in Italia ma in tutto il mondo, alcuni suoi strumenti sono esposti anche al Museo degli strumenti musicali di Phoenix, in Arizona. Nella sua casa laboratorio alle porte di Reggio, in cui anche la confusione che regna tra decine di strumenti, ceppi di legno e cataste di libri sulle tradizioni musicali popolari diventa una armonica polifonia, racconta la sua scelta di vita.
«Dopo aver abbandonato il mio lavoro nei primi anni ottanta ho iniziato a suonare questi strumenti che ora realizzo e ho cominciato a vivere di musica». Ma la svolta per Simonazzi è arrivata nel 1990, quando per la prima volta è andato al Festival di Saint Chartier, un borgo nel cuore della Francia, dove ha continuato ad essere presente con un suo stand fino al 2012. Il festival è nato nel ’76 ma, aggiunge, «è stato con la caduta del muro di Berlino che sono arrivati musicisti dall’Est europa e si è creato un grande scambio culturale legato alle antiche tradizioni musicali».
Poi nel ’91 l’esperienza con “La Piva dal carner”, la formazione con la quale ha inciso dischi e ha compiuto una profonda ricerca etnomusicale che l’ha portato a riproporre melodie che stavano scomparendo, come nel lungometraggio di Alessandro Scillitani “L’appennino che suonava”. «Il grande lavoro che abbiamo fatto – sottolinea – è l’aver suonato quelle melodie rispettandole, ma reinterpretandole con il senso dell’oggi.». Successivamente ha fondato assieme a Emanuele Reverberi e Filippo Chieli “L’Esperanto trio”, che accompagna la Compagnia dei Maggi di Costabona e si esibisce nelle feste tradizionali. Ma il suo sogno resta quello di far musica nelle piazze. Parallelamente alla sua attività di musicista è andata avanti la sua attività di liutaio.
Ha iniziato dapprima a costruire tamburelli e tamburi medioevali e orientali a calice e in ceramica, poi via via gli altri strumenti antichi che vende anche online. «Adesso – aggiunge – lavoro molto di più sulle zampogne e realizzo anche le ance, il cuore dello strumento. Non basta fare uno strumento bello, deve anche suonare bene e questa è la differenza tra un falegname e un liutaio».
Nello spiegare tutto ciò, ci porta nel suo magazzino dove rovista tra pula e ceppi e tavole di erica, acero, faggio, corniole, albicocco e mandorlo per scegliere il legno adatto allo strumento che deve realizzare. «Continuo a cercare di avvicinarmi il più possibile alle tradizioni. Così torno a far suonare strumenti antichi che altrimenti resterebbero muti». In realtà Simonazzi fa molto di più. Tiene in vita tradizioni che stanno scomparendo, assieme ai maestri liutai.
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