Le Officine Reggiane sul palco grazie a un progetto dei MaMiMò
Il direttore artistico Maccieri: «Tutto nasce dalla lettura delle cartelle di chi in quel luogo ha lavorato»
REGGIO EMILIA. La realtà del MaMiMò cresce in un modo del tutto speciale. Non solo come qualità delle stagioni proposte al Teatro dell’Orologio, e numero di spettatori che le frequentano, ma come modalità progettuale che include collaborazioni importanti, anche lontane nonché tematiche coinvolgenti. Sua caratteristica principale è la vitalità; il direttore artistico Marco Maccieri a fronte di un’impeccabile preparazione alla Scuola Paolo Grassi, unisce una ferrea passione e una modalità coinvolgente di proporre le idee che sa sviluppare con una capacità analitica personalissima. Almeno due sono i progetti particolari che la Compagnia nella prossima stagione: uno esclusivamente nostrano, altro frutto di una collaborazione con due nazioni africane: il Sud Africa e l’Etiopia.
Marco Maccieri, quale è il progetto che riguarda la nostra città?
«Riguarda le gloriose Officine Reggiane ed è frutto di una collaborazione con la Fondazione I Teatri, Spazio Gerra e Istoreco, con il Comune e la Regione che hanno dato il loro sostegno. Si contestualizza nella volontà di riqualificazione del luogo, in concomitanza con l’apertura pubblica delle cartelle del personale. E noi abbiamo preso a prestito parte di quel materiale che ci è servito per costruire lo spettacolo che andrà in scena dal 23 al 26 gennaio prossimo alla Cavallerizza. Si avvale della drammaturgia di Marco Di Stefano, che aveva realizzato lo spettacolo sul rogo della ThyssenKrupp, e per la regia di Angela Ruozzi».
Come si sta svolgendo il lavoro?
«Siamo partiti appunto dall’apertura delle cartelle più i verbali delle assemblea avvenuta l’estate scorsa alla presenza di molti dei parenti di quelli che vi avevano lavorato. Su 22 mila ne abbiamo scelte un centinaio, mentre qualche mese dopo abbiamo avuto l’onore di leggerne due in una performance allo Spazio Gerra. Si tratta della storia di uomini e donne, la cui vita, dal 1904, ha avuto come sfondo questa fabbrica».
Quando avete pensato allo spettacolo?
«Ci ha fornito l’occasione la partecipazione al bando progettuale sulla memoria attraverso il quale abbiamo reperito i fondi per realizzarlo».
Qual è la particolarità?
«All’apertura delle cartelle sono rimasto dalle reazione dei parenti che a loro volta, a proposito del loro familiare hanno raccontato storie parallele. Stupefacente registrare le loro reazioni a fatti e storie di cui non erano a conoscenza. Tutti insieme costituivano una sorta archivio vivente che non si poteva non utilizzare per farne una drammaturgia. C’era soltanto l’imbarazzo della scelta».
Cosa significa creare uno spettacolo su storie vere?
«In questo caso, ci si rende conto di quanto il lavora interferisca nella costruzione di una coscienza di una società civile e noi l’abbiamo ricostruita recuperando direttamente il punto di vista delle persone. Dalla lettura delle cartelle ho appreso tantissime cose inaspettate non solo sul versante privato: ad esempio che alla Reggiane è avvenuta la più lunga occupazione di una fabbrica e che ad un certo punto alcuni segreti di costruzione degli aerei sono stati trafugati in Germania dove servivano per progettare le armi belliche. Da questo lavoro possiamo desumere che anche sotto la città moderna possiamo leggere il passato».
E l’altro progetto?
«Riguarda uno spettacolo che faremo il mese prossimo in Sud Africa ed in Etiopia ad Adis Abeba. Il tema è la storia della nostra lingua dal punto di vista del teatro (Goldoni, Pirandello, Dante, Alfieri). Scritto da Paolo Banfo, lo realizziamo attraverso il contatto di Fabio Troisi dell’Istituto di Cultura Italiano di Pretoria, nonché l’ambasciatore sudafricano in Italia. L’occasione si è verificata l’anno scorso quando una delegazione del Sud Africa è venuta a Reggio. Costruire uno spettacolo insieme non è stato facile, tuttavia abbiamo cercato di combinare le reciproche competenze attuando un percorso di conoscenza che ci ha arricchito enormemente».
Ci puoi dare quale dato relativo alle presenze di pubblico ai vostri spettacoli?
«Dal 2010 ad oggi per il Teatro Piccolo Orologio si è registrata una crescita costante di aperture e pubblico. Ad esempio, per quanto riguarda gli ultimi due anni, nel 2017 abbiamo avuto 140 aperture con 9.800 spettatori, nel 2018 le aperture sono state 152 le aperture con 10.200 spettatori. La Scuola di Teatro MaMiMò conta quasi 400 allievi per i corsi pomeridiani per ragazzi dai 4 ai 18 anni e i corsi serali per adulti. E ancora: lo staff negli anni si è stabilizzato garantendo così continuità progettuale e artistica. Ad oggi è composto da 12 persone fra personale artistico, organizzativo e amministrativo con 8 contratti a tempo indeterminato. Su base mensile i collaboratori artistici (attori, insegnanti, registi, drammaturghi) arrivano a circa 30 unità. La Compagnia, nel 2018, ha fatto 107 date in 28 città e collabora con 54 enti fra Reggio Emilia e Provincia e il territorio nazionale». —
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