Gazzetta di Reggio

L’intervista 

«Raccontiamo dieci donne controcorrente per accettare le loro e le nostre crepe»

S.C.
«Raccontiamo dieci donne controcorrente per accettare le loro e le nostre crepe»

Chiara Tagliaferri e Michela Murgia, autrici di “Morgana”, oggi pomeriggio (ore 16.30) protagoniste al Centro Malaguzzi  

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REGGIO EMILIA. Che cosa hanno in comune Moana Pozzi, Caterina da Siena, le sorelle Bronte e Zaha Hadid? Grace Jones e Shirley Temple? Che cos’è e come si combatte la Sindrome di Ginger Rogers?

Potremo scoprirlo oggi alle 16,30 al Centro Malaguzzi (e non ai Chiostri di San Pietro dov’era stato precedentemente annunciato l’evento) durante il colloquio ad ingresso libero che Francesca Codeluppi e Sandra Campanini avranno con Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, autrici di “Morgana” appena uscito per Mondadori e già ai vertici della classifiche dei libri più letti, un libro in grado di creare una community dai numeri impressionanti. Un vero e proprio pamphlet sull’emancipazione femminile.

Storie di ragazze che tua madre non approverebbe: il sottotitolo è chiarissimo. Michela e Chiara ci racconteranno storie non edificanti ma educative di donne controcorrente, non convenzionali, iraconde, strane. Dieci Morgane che hanno sovvertito l’ordine precostituito delle cose. Donne che vengono dall’albero genealogico di Morgana, la sorella di Re Artù, e che hanno fatto prevalere la voglia di vivere a quella di doversi giustificare. Un dialogo al femminile ma aperto a tutti coloro che vorranno ascoltare la voce di Morgana, senza sensi di colpa, senza paure e senza preconcetti. Abbiamo intervista Chiara Tagliaferri, coautrice del libro insieme a Michela Murgia.

Nato come un podcast sulla piattaforma storielibere.fm, Morgana è diventato un libro e raccoglie dieci ritratti di donne che nella percezione comune sono strane, pericolose, esagerate. Come avete proceduto nella stesura a quattro mani?

«Studiando, cenando, scambiandoci fantasmi, e pure qualche paura. Ordinando all’altra di accettare le crepe delle Morgane più complesse – come Tonya Harding o Marina Abramović – le chiedavamo in fondo di accettare le nostre, di crepe. E di volerci bene. Perché in fondo è molto liberatorio specchiarsi negli abissi di chi non rivendica nulla di eroico, se non una parabola che spesso parte da desideri di riscatto o vendetta».

Le dieci protagoniste del libro sono Moana Pozzi, Santa Caterina, Grace Jones, le sorelle Brontë, Moira Orfei, Tonya Harding, Marina Abramović, Shirley Temple, Vivienne Westwood, Zaha Hadid. Cosa le lega le une alle altre?

«Tutte hanno pagato a carissimo prezzo la loro diversità, ma anche nei percorsi di vita più egoistici e solitari hanno saputo tracciare, consapevoli o meno, un pezzo di strada che oggi anche noi possiamo percorrere. Le loro non sono storie edificanti, ma di sicuro sono educative. Formano alla libertà, al coraggio di essere sé stesse anche quando intorno nessuno capisce chi sei o cosa stai facendo, donne comprese. Quando chiedono a Vivienne Westwood qual è l’accessorio irrinunciabile per una donna, lei risponde: “Un libro. L’arte, la letteratura, la musica sono la miglior forma di educazione perché sono una forma di autoaffermazione. Se studi per conto tuo diventi automaticamente un ribelle, perché cominci a pensare”. Zaha Hadid, che combatte contro la legge di gravità, ruggisce “io non faccio piccoli edifici graziosi” contro chi le chiede di rispettare le regole.

Nel libro viene evocata anche la “sindrome di Ginger Rogers”. A cosa si riferisce?

«All’idea apparentemente femminista ma in realtà sofisticamente misogina che implica che per stare accanto a Fred Astaire tu debba fare le stesse cose, ma all’indietro e sui tacchi a spillo. È il migliorismo femminile, una sottile pratica maschilista che non dice più che le donne non possano raggiungere gli stessi traguardi degli uomini, ma che se vogliono raggiungerli devono essere migliori degli uomini. In questo libro ci sono donne che la sindrome di Ginger Rogers non l’hanno mai avuta e ai loro traguardi ci sono arrivate lo stesso. Non c’è nulla di addomesticato in loro. Qui non troverete buoni sentimenti, le nostre Morgane hanno i propri, di sentimenti, come tutti, e che siano buoni o cattivi non è mai sembrato loro un problema».

La sua Morgana del cuore oppure le sue Morgane del cuore?

«Sicuramente una delle Sorelle Brontë, Emily. A lei devo l’invenzione del mio primo, meraviglioso e tristissimo amore immaginario. A 15 anni mi sono tatuata Heathlciff sul collo, e raccontavo a tutti che era il nome del mio bellissimo fidanzato morto in un incidente stradale. Non trovando l’amore come lo volevo, me lo sono inventato. È stato, a conti fatti, il mio primo gesto eversivo e anche uno dei miei amori migliori: mi ha fatto soffrire anche moltissimo, ma la disperazione la decidevo io. Quando me ne sono andata da Piacenza, dove sono cresciuta, ho smesso di raccontare quella storia, non solo perché non ci avrebbe creduto nessuno, ma soprattutto perché mi aveva accompagnato per un tempo sufficiente».

Tornando a Emily Brontë...

«Resta un mistero il fatto che una ragazza di 27 anni, autoreclusasi nella canonica di un misconosciuto villaggio e che non ha mai dato un bacio in vita sua abbia generato un capolavoro così brutale e allucinato da infrangere all’istante tutti i perimetri della narrativa domestica vittoriana. Quando esce “Cime Tempestose” la critica lo definisce perverso, cupo, brutale. Isolati dal mondo come lei, a Catherine e Heatcliff non importa di quel che accade fuori, perché già troppo accade dentro, in un tumulto furioso a cui i lettori dell’epoca non erano assolutamente preparati. È un amore vendicativo il loro: Heathcliff non ha nulla dell’eroe ottocentesco, non è il buono dalla sorte avversa che si riscatta, non cerca redenzione ma dannazione. Lui e Catherine sono legati da forze sotterranee della natura: “I am Heathcliff”, dirà lei. E lui risponderà, davanti al corpo senza vita di lei, implorandole di perseguitarlo, di tornare, di prendere qualsiasi forma, di tormentarlo ma di non lasciarlo solo, nella dichiarazione d’amore mista a maleficio più potente che sia mai stata scritta». —

S.C.

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