Lo Cascio: «Dove c’è conoscenza reciproca e capacità d’ascolto nasce la tolleranza»
Il regista presenta “Effatà Road” stasera a Sant’IIario «L’idea era quella di far viaggiare insieme due sconosciuti»
Il Piccolo Teatro in Piazza di Sant’Ilario riapre il sipario questa sera alle 21 (ingresso gratuito). E lo fa con “Effatà Road” di Martino Lo Cascio, psicologo e psicoterapeuta nonché autore e regista di documentari e opere incentratri sui temi del disagio sociale, delle migrazioni, dell’interculturalità. Il documentario racconta il cammino che quattro giovani migranti, provenienti da Gambia, Kashmir, Nigeria e Burkina Faso, hanno percorso attraverso le strade della Sicilia. Ognuno di loro ha fatto da guida ad altrettanti personaggi famosi: un attore (Luigi Lo Cascio), un sindaco (Leoluca Orlando), uno scultore (Domenico Pellegrino), un comico (Roberto Lipari). Nella seconda parte viene intervistato il padre di una delle vittime del naufragio di Lampedusa, avvenuto il 3 ottobre 2013. Alla proiezione saranno presenti Malamine Ba, un ragazzo senegalese di 22 anni che sta svolgendo il servizio civile all’oratorio di Sant’Ilario e che racconterà del suo viaggio per arrivare in Italia, e lo stesso Martino Lo Cascio, che ci ha anticipato qualcosa sul documentario.
Innanzitutto, com’è nato “Effatà Road”?
«“Effatà” è una parola dell’aramaico che significa “apriti”, ed è usata nel momento del battesimo. Prima ancora del film, “Effatà” era il nome del progetto dell’associazione Nottedoro onlus, che si occupa di favorire la diffusione di attività culturali, interventi sociali e solidarietà tramite le arti. L’idea era quella di far incontrare le persone attraverso un percorso in quattro tappe: Palermo, Siracusa, Trapani e Caltanissetta. Da lì mi è venuta l’intuizione del film».
Come si sono svolte le riprese?
«Abbiamo girato per quattro giorni con una troupe leggerissima e un budget quasi inesistente. È stato molto faticoso, anche perché seguire due persone che camminano per chilometri e chilometri d’estate è veramente difficile… ma è stato altrettanto bello, perché in ogni città c’era un gazebo dove le persone si ritrovavano ad attendere l’arrivo di ogni coppia».
E le coppie funzionano?
«È stata una scelta audace quella di far viaggiare insieme due persone che non si conoscevano, ma devo dire che ha pagato. All’inizio c’era sempre un po’ di imbarazzo, poi hanno cominciato ad avvicinarsi e a raccontarsi. E sono venute fuori cose molto interessanti, soprattutto da parte dei migranti. E ancor più interessante è stata la capacità maieutica dei personaggi famosi che hanno saputo mettersi in ascolto. Credo sia proprio questa la chiave dell’intercultura: solo dove c’è conoscenza reciproca ci può essere tolleranza. Dove manca, nasce la xenofobia.
Dal 3 ottobre 2013 al 3 ottobre 2019. Cosa è cambiato in questi sei anni?
«La data del 3 ottobre è stata scelta in occasione della giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Perché, a distanza di sei anni, vale sempre la pena mantenere alta l’attenzione, a maggior ragione in un momento come questo, in cui la situazione si è più che mai incancrenita. Per ricordare che i migranti sono persone che si stanno spostando, e che hanno tutto il diritto di farlo. E che, da parte nostra, abbiamo il dovere di non farle morire. E, se succede, di dar loro una degna sepoltura». —
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