Full immersion nei luoghi negli abiti e nella passione della maison Max Mara
Sono arrivate da tutta Italia le 34 clienti invitate all’evento “The exclusive story” Dalla visita alle Manifatture del Nord alla Collezione Maramotti all’Archivio
Sembrare una compagnia affiatata dopo neppure tre giorni di “convivenza”? È possibile. Anche se prima che il viaggio avesse inizio l’affinità era solo una: la passione (senza limiti) per Max Mara. E proprio l’evento “The exclusive story”, vissuto la scorsa settimana da mercoledì a venerdì, è riuscito per il secondo anno consecutivo a fare respirare aria di famiglia a 34 clienti vip di età e professioni diverse, ognuna con una storia unica alle spalle e obiettivi disparati davanti a sè. Selezionate in base alla fedeltà al brand, sono arrivate da Lecce, piuttosto che da Udine, Como, Torino, Palermo, Perugia, Firenze, Catania... senza dimenticare San Marino. Dalla condivisione di una passione alla scoperta di nuove corrispondenze e affinità. Grazie a un appassionato tour nei luoghi di Max Mara: dalla Collezione Maramotti visitata il giorno dell’arrivo a Reggio Emilia alle Manifatture del Nord di San Maurizio all’Archivio storico alla prima boutique Max Mara in via Emilia San Pietro. E tra un blitz e l’altro, pause a tavola per parlare certo di moda (con la possibilità di fare outing ammettendo la propria “malattia” per Max Mara senza paura di essere bacchettate da figli, mariti e amiche... non ancora contagiate) e per raccontarsi pezzi di vita. Affiancate dalle impagabili “responsabili Max Mara customers”, che a noi piace chiamare angeli custodi.
Ma ci sono stati momenti in cui vedere e ascoltare, in rispettoso silenzio, è stata la priorità assoluta. Come è accaduto dal momento dell’ingresso alle Manifatture di San Maurizio dove ad accoglierci è stato il direttore Giuseppe Bacci affiancato da Alessandro Bianchi, da anni in Max Mara e pronto a sostituire Bacci sulla strada di una meritatissima pensione. Siamo nel cuore pulsante e produttivo di Max Mara dove vengono realizzati esclusivamente cappotti e capispalla; una fabbrica o meglio un laboratorio di 10mila metri quadrati abitati da oltre 300 persone e un numero consistente di macchinari che, miracolosamente, non fanno rumore.
È il silenzio a dominare, quel silenzio nel quale vengono realizzati ogni giorno 350 capispalla in un percorso che comprende 15 reparti. Bacci ci parla di un lavoro che affonda le radici nella tradizione di Max Mara ma che negli anni ha saputo innovarsi. E se il 20% del lavoro è fatto a mano, al netto dell’importanza di macchine all’avanguardia e in molti casi uniche, è il capitale umano – come viene sottolineato più volte – che fa la differenza garantendo l’unicità del capo. Un esempio? Siamo davanti alla prima macchina: una sorta di laser che taglia i pezzi di stoffa che vanno a comporre ogni singolo capospalla. Ma se è la macchina a tagliare, sono le mani dell’operaia a dare indicazioni al computer per poi esaminare i pezzi ad uno a uno. Da qui al capospalla finito mancano 99 fasi... e quando, completato il “nostro” percorso, ci vediamo circondati dagli amatissimi cappotti icona capiamo il perché di quel silenzio che ci aveva stupito tre ore prima. Un silenzio che ha il profumo della reverenza, la stessa che si respira nell’Archivio, il più completo archivio di moda italiana.
Tutto ciò che abbiamo visto, sentito, respirato, viene tradotto magnificamente dalle parole di Nicola Maramotti che ha accolto le ospiti venerdì sera, con la sua innata elegante semplicità, a Palazzo Levi Terrachini. «Volevo – ha precisato – che ci trovassimo in una casa. Perché Max Mara è, essenzialmente, una grande famiglia». —
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