Gli antichi suoni di pive e ghironde tornano a far ballare l’Appennino
Un successo le proiezioni del film che ha ricostruito le ballate tipiche delle aie e delle osterie reggiane
C’era una volta un’epoca in cui le onde radio e la registrazione elettronica non veicolavano ancora gran parte della musica che ci allieta. Le esecuzioni dal vivo erano l’abituale accompagnamento delle feste da ballo, fra le “debuttanti” della gioventù dorata come fra le ragazze di campagna emule della “vecchierella” leopardiana che da giovane «solea danzar la sera intra di quei ch’ebbe compagni dell’età più bella».
L’Appennino emiliano, custode di antiche tradizioni, ha conservato quasi fino agli ultimi decenni del secolo scorso le secolari melodie, la Furlana, la Piva e il Ballo dei Tre Gobbi in primo luogo, che venivano eseguite dai suonatori sulle aie e nelle osterie per accompagnare i salti e le piroette delle allegre brigate. Ce ne offre una magistrale ricostruzione il film “L’Appennino che suonava”, che in questa stagione estiva ha attirato tanti spettatori alle proiezioni effettuate a Vallisnera di Collagna, alla Svolta di Marola e a Roncroffio, intorno a Ferragosto.
Dopo il grande successo riscosso alla prima dello scorso 19 febbraio a Reggio Emilia, al cinema Rosebud, la pellicola è stata ripresentata una quarantina di volte nella nostra provincia e anche nei territori limitrofi.
Il regista Alessandro Scillitani vi ha tradotto in immagini e suoni la sceneggiatura in cui Bruno Grulli ha condensato le meticolose ricerche etnomusicologiche da lui condotte dalla fine degli anni Settanta fra le borgate della montagna e della collina reggiana avvalendosi dei ricordi e delle testimonianze degli anziani.
È merito di Grulli se ora questo ricco repertorio sfugge all’oblio e rivive nelle esecuzioni di Emanuele Reverberi, Paolo Simonazzi e Filippo Chieli, i musicisti che impersonano nel film i loro colleghi d’un tempo interpretando quei brani con gli stessi strumenti, violino e fisarmonica, ma anche con l’esotica ghironda estranea alla nostra cultura e con quella sorta di cornamusa assurta a simbolo della musica popolare montanara.
Si tratta della “piva dal carnér” (piva del carniere) che dà il nome all’associazione creata per sviluppare gli studi iniziati da Grulli e da lui divulgati con l’omonima rivista. È uno strumento che si collega al folklore musicale della Scozia e della Francia.
Era diffuso fino al secondo dopoguerra soprattutto nelle vallate parmigiane e piacentine, da dove venivano i suonatori che frequentavano anche l’Appennino reggiano per raccogliere qualche offerta in denaro, vino o cibarie. Sono sopravvissute pochissime pive. Grulli ne ha censite diciotto integre o in frammenti, due delle quali si trovano nel museo della civiltà contadina allestito da Ettore Guatelli a Ozzano Taro, in provincia di Parma.
Quella che compare nel film, suonata da Emanuele Reverberi, è stata ricostruita, sul modello della piva appartenente a Grulli, da Paolo Simonazzi, che è un abile liutaio costruttore di vari strumenti musicali. Il lungometraggio è stato prodotto dall’associazione Amici della Piva dal Carnér in collaborazione con Artemide film.
«L’idea del film – riferisce Grulli – mi venne durante le mie ricerche etnomusicologiche. Nel maggio 2017 consegnai al regista Scillitani la bozza della sceneggiatura che allora aveva una struttura molto documentaristica e prevedeva una voce narrante molto presente. La sceneggiatura originaria non concedeva nulla alla “tradizione ed alla nostalgia per il bel tempo andato” e poneva il ballo non come “festa popolare paesana” ma come manifestazione della cultura musicale del borgo immersa nella economia agrosilvopastorale».
Il canovaccio di Grulli prevedeva una voce narrante che fornisse una copiosa documentazione etnomusicologica. Il regista l’ha eliminata dando maggiore spazio alla spettacolarità e agli aspetti anedottistici e intimistici che gratificano lo spettatore.
Chi vuole approfondire la materia ha a disposizione le sedici pagine dell’opuscolo firmato da Grulli che accompagna il Cd. Il risultato è una felice contaminazione fra le scienze umane e l’arte, che fa venire in mente il genio di Nino Ferrer, cantante di successo degli anni Sessanta con alle spalle una laurea alla Sorbona e ricerche sul campo di antropologia ed etnologia.
Quando cantava “Sono arrivati i commedianti, i musicisti, i saltimbanchi...” Ferrer evocava per l’appunto le manifestazioni culturali delle borgate agresti che Grulli ha riscoperto, ricavandone alcune delle scene più suggestive del film: il ballo nella osteria di Curio a Migliara, la festa campestre con violinista e fisarmonicista seduti di schiena, l’attraversamento di Vercallo con piva e violino, la quadriglia di Sillano sul passo di Pradarena, il passo di Scalucchia e la marcia del Maggio di Costabona.
I racconti degli anziani abitanti delle borgate appenniniche e il largo uso di filmati d’epoca completano, infine, la parte documentaria, senza appesantire l’agile fluire della pellicola. —
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