Gazzetta di Reggio

Debutto assoluto a Fabbrico 

“Il borghese gentiluomo” ha il volto e la voce di Vito

Adriano Arati
“Il borghese gentiluomo” ha il volto e la voce di Vito

L’attore da stasera al Pedrazzoli alle prese con Molière: «Una prima volta a cui tengo molto, un bell’esercizio e un testo del tutto contemporaneo» 

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Una prova d’autore e d’attore. Questa sera alle 21 al teatro Pedrazzoli di Fabbrico (con repliche domani e domenica) arriva il debutto assoluto della nuova versione de “Il borghese gentiluomo” di Molière affidato ad un volto notissimo dello spettacolo italiano, Vito, nome d’arte del bolognese Stefano Bicocchi. Un grande veterano che però per una volta non si dedicherà alla contemporaneità e alle variazioni sul tema figlie della sua capacità comica, ma affronterà uno dei grandi testi della comicità, rivisitato dal regista Gabriele Tesauri, il direttore artistico di Noveteatro, la realtà culturale divisa fra Novellara e Fabbrico che organizza l’evento. Quella odierna è la prima de “Il borghese gentiluomo” e, racconta Vito, una novità anche per lui: «È la prima volta che mi misuro con un testo classico come questo. Solitamente lavoro con autori contemporanei e sono io che conduco le danze. Qui invece sono diretto e mi fanno correre...».

Sente ancora la tensione del debutto?

«Eccome. E va bene così: quando un attore non è agitato e teso prima di uno spettacolo, vuol dire che deve cambiare mestiere. Io sono ancora teso al debutto, sono sempre contento di mettermi alla prova. Quando sei lì e aspetti che il sipario si alzi ti chiedi sempre: “Ma chi me l’ha fatto fare?”».

È contento di aver accettato la sfida?

«Molto, è una bellissima esperienza, ci divertiamo, la compagnia è giovanissima, con tanti ragazzi con cui si sta bene. È tutto particolare, abbiamo dei bellissimi costumi, molto ingombranti».

In stile seicentesco?

«Sì, il regista Gabriele Tesauri ha rivisto il testo decidendo però di mantenere l’ambientazione originale, e c’è stato un gran lavoro sui costumi».

“Il borghese gentiluomo” ha diversi secoli alle spalle. Cosa ci racconta oggi?

«Per molti versi è davvero adatto ai nostri giorni, parla della volontà di apparire a ogni costo, di mettersi in mostra, di apparenze».

Un lavoro di oltre secoli fa funziona ancora bene?

«Molière aveva già visto giusto 350 anni fa, è una visione della vita che si incastra benissimo con i tempi».

E rimane un perfetto incastro comico...

«Questa è una commedia in cui si ride dall’inizio alla fine, anche se parla di un tema importante: l’essere e l’apparire. Quando si è molto ricchi si pensa che con i soldi si possa ottenere un accesso sociale senza averne le capacità culturali. Questo testo ci dice che non è sempre vero, e un altro messaggio riguarda le donne: sono loro che vincono, che caricano la sveglia e risolvono le cose, che danno un indirizzo».

Per lei è un bel cambio, rispetto al “solito” Vito.

«È una prima volta a cui tengo molto, e un bell’esercizio, questo è un testo non facile perché Molière usa un linguaggio particolare. È un testo molto serio, molto rigido, devi recitare quello che dice lui, anche perché è scritto benissimo».

Il suo personaggio non è un eroe senza macchia. È facile entrare in quei panni?

«Il bello di essere un attore è quello di vivere tante vite, no? Non è semplice adeguarsi a un ruolo, ma se lo si fa ci si diverte. E non sempre è più bello interpretare l’eroe, anzi». —





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