Gazzetta di Reggio

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Non solo Wenders e “Il cielo sopra Berlino” L’unificazione è popolata di vite spezzate

Fulvia Caprara
Non solo Wenders e “Il cielo sopra Berlino” L’unificazione è popolata di vite spezzate

L’epopea della nuova Germania narrata soprattutto da chi l’ha vissuta da Est, come Becker e von Donnersmark,

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Più che di entusiasmo incontenibile, i tanti film ispirati alla caduta del Muro e alle sue conseguenze parlano di ferite mai sanate, di legami spezzati, di riunificazioni tardive e inevitabilmente malinconiche. La gioia pura scorre nei filmati d’epoca, mentre, sul grande schermo, con l’eccezione della commedia campione d’incassi “Good Bye Lenin”, prevale lo scavo tra le macerie delle anime: «Il mio Paese – diceva Wim Wenders nel ’93, presentando “Così lontano, così vicino” – è pieno di confusione e violenza. L’unificazione è stata un grosso abbaglio, quasi un tradimento, soprattutto per chi vive a Est».

Eppure, nel “Cielo sopra Berlino”, che oggi torna in sala in versione restaurata, a oltre 30 anni dalla prima proiezione (nel 1987), Wenders esprimeva sentimenti diversi, interpretando il senso della trasformazione imminente: «Allora Berlino Ovest era un luogo aspro, selvaggio ma pacifico, altamente stimolante, creativo e avventuroso. Godeva lo status di capitale della Guerra fredda ed era plasmata dal Muro. In questo melting pot abbiamo girato il nostro film, ignari, o meglio non potendo immaginare che la storia universale avrebbe presto superato la nostra piccola storia di un angelo immortale innamorato di una donna in carne e ossa».

Sugli scenari della Guerra fredda è tornato, nel 2006, Florian Henckel von Donnersmark, l’esordiente di Colonia che, nel thriller “Le vite degli altri”, descrive silenzi e parole, violenze e contraddizioni nella Berlino Est controllata dalla Stasi, dove poteva succedere che un funzionario integerrimo come il capitano Wiesler tradisse la sua missione, colpito dalla potenza dell’amore e della bellezza: «Sono stato in molti luoghi – ha raccontato il regista premio Oscar – in cui si respira ancora lo spirito del passato, i luoghi trattengono le emozioni». Decisivi, ha aggiunto, sono state le conversazioni con i testimoni del tempo e il lavoro di preparazione con gli attori e con i membri della troupe, in gran parte provenienti dall’Est: «Per molti di loro, il film è stata la prima occasione per parlare finalmente di certi temi. Ci sono ferite che impiegano tanto tempo a guarire».

Intorno allo stesso nodo ruota anche “Opera senza autore”, dove il regista ricostruisce, nell’arco di tre decenni di storia tedesca, ispirandosi alla vita di Gerhard Richter, la persistenza dei traumi legati a guerre e separazioni e le capacità salvifiche dell’arte.

Per sopravvivere alle sconfitte, ma anche alle vittorie, ci vuole forza e determinazione. Oppure, come racconta Wolfgang Becker in “Good Bye Lenin” (di nuovo nei cinema con «Satine Film»), bisogna ricorrere alle bugie, nella speranza di allontanare quella nostalgia di vita nella Ddr, incomprensibile ai più, ma viva e tenace nell’orgogliosa madre comunista che si risveglia dal coma dopo la caduta del Muro. Per evitarle shock pericolosi i figli mettono in scena una realtà fittizia in cui il socialismo è ancora imperante. La sequenza clou è la realizzazione del finto tg in cui si annuncia una riunificazione alla rovescia, con i berlinesi dell’Ovest in fuga dalle illusioni del liberismo. Si ride molto, e il film, in Germania, è stato campione di incassi, perché anche se in chiave comica, parla della difficoltà di dialogo tra diverse culture. I muri vanno abbattuti, ma dopo c’è ancora tanto da fare. —



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