Daniele Salvo porta “Mare Nero” al teatro Pedrazzoli «Parlo di uomini»
Il tema delle migrazioni affrontato dalla parte delle persone «È un fenomeno storico, ma oggi è usato dalla politica»
Storie di migranti, storie di sopravvissuti. Storie di uomini, prima di tutto. Le racconterà questa sera (ore 21) sul palco del teatro Pedrazzoli di Fabbrico lo spettacolo “Mare nero”, produzione di Noveteatro con l’adattamento e la regia del regista reggiano Daniele Salvo. Una proposta che conferma la crescita di Noveteatro, diviso fra Novellara e Fabbrico, che parla di attualità e che porta per la prima volta in un teatro di Reggio Emilia Daniele Salvo, da trent’anni autore di livello nazionale con Albertazzi e Proietti. “Mare Nero” è ispirato all’omonimo “romanzo di migrazione” di Gianni Paris, basato sulle testimonianze che l’autore ha raccolto lavorando come avvocato. A interpretarlo agli ordini di Salvo, ci saranno Andrea Avanzi, Leonardo Bianconi, Andrea Carpiceci, Fabrizio Croci e Riccardo Parravicini, per i costumi e le scenografie di Francesca Tagliavini e Cristiano Boldrin e le luci di Giancarlo Vannetti.
Salvo, con un’opera come questa nessuno può accusarvi di non parlare di attualità e del mondo, no?
«Decisamente no, in questi anni il fenomeno è una costante, drammatica, ed è sempre stato al centro di politicizzazioni, di strumentalizzazioni molto forti».
Tutti hanno un’idea di quel che si parla. Difficile qui disegnare scenari immaginari. Per un regista, è un vantaggio o uno svantaggio?
«Come ho detto prima, credo che la questione della migrazione e degli sbarchi in questi anni sia stata fondamentalmente strumentalizzata, le cronache sono state dominate dalla politica, e non è quello che ci interessa».
Cosa, allora?
«Il nostro è un racconto umano, un racconto di uomini con tutte le loro sfaccettature, ossessioni, emozioni».
Uomini come gli altri, intende? Né “martiri” a prescindere né “invasori” a prescindere?
«Esatto, a volte ci scordiamo che parliamo di uomini a tutto tondo, con le loro fragilità, le loro pulsioni, noi vogliamo raccontare questo. È una storia che specialmente in Italia dovremmo conoscere bene».
Che intende?
«Se pensiamo al Novecento, gli italiani sono stati spesso migranti, viaggiatori obbligati, e non sono stati trattati molto bene neppure loro».
Anche le narrazioni fondanti dell’Occidente, Iliade e Odissea, in fondo parlano di migranti. Eppure siamo ancora qui.
«È così, è un tema che abbiamo sempre raccontato, che è presente da sempre nella storia umana. Oggi quello che preoccupa è come la politica lo usa».
Un lavoro destinato a scuotere lo spettatore.
«Io credo che il teatro debba sempre elevare, debba sempre far pensare, dare qualcosa allo spettatore. Questa è la sua principale funzione».
Non crede all’esercizio di stile, per così dire?
«L’arte, il teatro, possono raccontare storie, possono far divertire, ma devono sempre anche dare qualcosa in più a chi assiste, devono fornire spunti per crescere e per far pensare. Io ho sempre inteso il teatro in questo senso».
A proposito di teatro. Per la prima volta porta un suo spettacolo in provincia di Reggio Emilia, la sua città. Come mai questa lunghissima attesa?
«È in effetti la prima volta, in trent’anni di carriera, che lavoro a Reggio. A volte me lo chiedo anche io perché non è accaduto prima, e d’altronde non è che non ci abbia provato».
Davvero?
«In passato ho fatto tante proposte, anche per produzioni importanti, con nomi noti con cui ho lavorato a lungo. E ho sempre trovato poco dialogo, molta chiusura».
Con Noveteatro è andata meglio, quindi?
«È un teatro che sta mostrando grande attenzione a quello che succede attorno a noi, c’è attenzione sociale e voglia di crescere. Mi fa molto piacere poter collaborare con una realtà come questa». —
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