La stagione lirica aperta da una Lucrezia Borgia efficace e ben recitata
Indubbiamente notevole la parte visiva della Lucrezia Borgia, per quanto riguarda regia e scene: Andrea Bernard pur con mezzi semplici realizza uno spettacolo, quello in scena al Valli per l’apertura della stagione lirica, efficace, ben recitato, quindi godibile anche per un pubblico non avvezzo all’opera.
Al centro tra due pendii di una terra brulla e scoscesa, sovrastata da un tetto dorato, sta una piattaforma bianca con una culla che nel corso dello spettacolo viene frantumata ma i pezzi rimangono ben visibili in palcoscenico. Anche quell’unico spazio, illuminato pur da una luce chiara e finta, punto nevralgico da collegare con la maternità negata di Lucrezia, dopo il Prologo, viene oscurato compreso il tetto che mentre si capovolge lascia cadere della polvere nera e la “B” di Borgia si cancella per diventare, come suggerisce il libretto, “Orgia”.
L’atmosfera opprimente rispecchia l’animo della protagonista, l’unica donna, che corrisponde al senso di desolazione trasmesso da un’umanità dedita a ogni sorta di vizio a cui Bernard consegna quella ferocia da rievocare le atmosfere di Arancia meccanica. A volte la malvagità è tale da trasformare i personaggi in simulacri di se stessi. Lo è di sicuro ed in modo inquietante, mentre si aggira con la tiara pontificia, Papa Alessandro VI, il carnefice vero della figlia e colui che avvelena il vino di Gennaro, dando avvio alla tragedia finale. Non c’è che dire, i cantanti assecondano l’importante lavoro registico, riuscendo a rendere complessivamente anche la parte più dura: dare spessore vocale ai rispettivi ruoli in quanto Donizetti crea linee di canto ardue soprattutto per il soprano e il tenore.
Francesca Dotto, dotata di temperamento energico, nel ruolo di Lucrezia riesce nel suo intento, mostrando anche l’emozione di interpretare un ruolo “belcantistico” tra i più difficili. Di tutto rispetto la cabaletta “Si voli il primo a cogliere, bacio d’un sordo amore”, punta di diamante di un canto che chiede note gravi e corpose, messe in voce ben modulate che le hanno permesso di consegnarci una Lucrezia carica di espressività nell’accorato “Era desso il figlio mio”.
Con qualche incertezza nel fraseggio il tenore Francesco Castoro, ha tuttavia esibito una voce intensa negli “ariosi” e il basso Marko Mimica (il migliore), ha regalato un canto dotato della giusta potenza. Carla Delfrate, alla guida dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, saldando palcoscenico e buca (energico e sicuro il Coro del Teatro Municipale di Piacenza) ha convinto nelle parti liriche – nel Terzetto e nel Finale – riuscendo con notevoli “piano” a dare profondità espressiva ai momenti di pathos mentre allentava, per contro, le parti più drammatiche e concitate. Ottima l’accoglienza da parte del pubblico. Oggi alle 15.30 si replica. —
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