Bobby Solo canta Johnny Cash «E ogni volta è un sold out»
L’appuntamento è per venerdì 24 gennaio all’Altro Teatro di Cadelbosco Sopra «La mia voce negli anni è diventata più profonda, l’ideale per questo tributo»
Bobby meets Johnny. Quello che oggi è un vecchio maestro di musica italiana inchinato davanti a uno dei padri del rock e del country. Venerdì 24 gennaio Bobby Solo arriverà a L'Altro Teatro di Cadelbosco di Sopra in compagnia dei Broadcash per un tributo a Johnny Cash, una delle leggende della musica del ‘900, fuorilegge country al fianco di Elvis a Memphis negli anni ’50, “l’uomo in nero” che cantava le storture americane, l’icona immortalata nel bellissimo film “I walk the line” con Joacquin Phoenix del 2005.
Lo spettacolo arriva nel 50esimo anniversario di “Live at Folsom Prison, leggendario disco che Cash incise in un carcere, davanti ai prigionieri. Il concerto cadelboschese è davvero ricco di spunti, prima di tutto per chi magari ritiene Bobby Solo semplicemente il cantante da revival di “Una lacrima sul viso”. Tutt’altro. Il 74enne Roberto Satti è da sempre un maestro e un cultore di rock e musiche d’America, la chiamata degli eredi Broadcash e il tour nei locali indie italiani è una finta sorpresa. E prima di tutto, è un atto di amore verso Cash, che Bobby Solo ha conosciuto. «Nel 1967, nella base militare di Rammstein in Germania, dove lui suonava con la moglie e Carl Perkins. Io ho inciso cinque dischi in tedesco, ho avuto una bella carriera in Germania».
Come andò l’incontro?
«Ero emozionatissimo, non riuscivo nemmeno a parlare. Ed ero intimidito, lui era un gigante, 1 metro e 89 centimetri, la sua mano era una bistecca, la mia mano è sparita nella sua».
Come lo aveva conosciuto?
«Era il 1966. Incidevo per la Ricordi, che allora seguiva il catalogo Cbs tramite Sugar, il suocero di Caterina Caselli. La Ricordi mi propose l’acquisto a prezzo scontato di quattrocento dischi, andai col camioncino a prenderli. C’era anche una decina di dischi di Cash».
Ed è stato amore? Nell’immaginario, lei è il fan di Elvis.
«Elvis era un miscuglio di country, blues, rock e crooning, perché lui amava molto Dean Martin. Ma oltre a lui ho sempre amato il country, Cash, Willie Nelson, Merle Haggard».
Ora lo canta. Come siamo arrivati qui?
«Grazie a quei bravi ragazzi dei Broadcash, che da tempo curano un tributo a Cash. Mi hanno chiesto di fare il loro ospite e i concerti sono andati in maniera eccezionale».
Addirittura?
«L’età media degli spettatori era di 30 anni, i ragazzi impazzivano letteralmente, tanto che ho chiesto se li avessero pagati».
Invece era entusiasmo?
«Grande entusiasmo. Tutti erano contentissimi, la mia voce negli anni è diventata più profonda, può ricordare anche la voce di Cash. Abbiamo fatti solo dei sold out».
Come si spiega questo amore per Cash?
«Il film del 2005 ha certamente aiutato, in molti l’hanno visto, ma c’è comunque una conoscenza più approfondita, c’è passione. E abbiamo girato in locali per giovani, un circuito molto diverso dal solito per me».
Nessuno le chiede le canzoni da crooner?
«Sì, succede, ma io le modifico ad hoc. Una ragazzina mi ha chiesto per esempio “Una lacrima sul viso”, l’ho rifatta mettendo accenti jazz, era diversa rispetto a quella classica anni ’60».
È contento di questa attenzione al rock e non solo?
«Sono contento perché tanti riscoprono musiche che erano senza barriere. Ho sempre amato la musica del Sud degli Usa, il “melting pot”, il pentolone dove si facevano bollire fagioli e ceci, dove c’è dentro tutto, Africa, Europa, tradizioni».
Un mondo infinito, non facile da raccontare.
«Ho avuto la voglia, la fortuna e la possibilità di ascoltare tanta musica nella mia vita, e oggi sono contento di poterla tramandare ai miei “nipoti”». —
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