Gazzetta di Reggio

Negli scatoloni e nei dischi del Gando la storia di una città e dei suoi anni migliori

MASSIMO SESENA
Negli scatoloni e nei dischi del Gando la storia di una città e dei suoi anni migliori

Alessandro Gandino ha dato alle stampe “Non ci vorrà molto” quarant’anni vissuti intensamente tra musica, sport e politica 

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la recensionE

MASSIMO SESENA

Hai voglia a riempire scatoloni quando non hai quasi nulla da buttare e anzi, più prendi tra le mani i pezzi della tua vita – per fare ordine, perché poi? – e più questi pezzi si ricompongono, nuovi e vecchi a un tempo. Se poi non resisti a non scrivere, allora sarà quasi uno scherzo infilare tutto in un libro. Di carta. Affidato ad Amazon. Pezzi di vita scagliati nella modernità più spinta. Al suono di musica di qualità, quella che ti ha fatto compagnia sin qui. Se poi ti chiami Alessandro Gandino, il gioco è fatto.

"Non ci vorrà molto" è il titolo di questo ennesimo colpo di scena con cui Alessandro Gandino – tendenzialmente anarchico e di conseguenza immarcabile – sta ultimamente viziandoci, noi che lo seguiamo e lo frequentiamo, almeno fin dove c'è concesso.

Ha ragione da vendere, nell'introduzione del libro, il musicista dei Modena City Ramblers, Massimo Ghiacci, nel descrivere il modo, tutto gandiniano di materializzarsi nelle diverse situazioni del mondo. Un po' qui e un po' là, ma soltanto in pochi posti con l'anima. Il Gando si muove anche quando sembra stia fermo e la prova sta proprio nella penultima delle sue “imprese”, quel blitz nella settima arte con “Alice nel Buio” che peraltro fa il paio con il cameo (da comparsa) ne “La Guerra è finita” la fiction targata Palomar e quasi interamente girata a Reggio Emilia, che sta collezionando ascolti record.

Bastardo Posto

Invero, questo libro – dal titolo fulminante e rassicurante a un tempo – è decisamente più intimo di una passerella nel cinema. Primo, perché si affida a uno dei grandi amori dell'autore, ovvero la scrittura («mi è sempre piaciuto scrivere» butta lì nelle prime pagine Gandino, quasi a giustificarsi per questo peccato di vanità) e secondo perché la stesura di queste “Memorie” prende le mosse da una di quelle vicende della vita che ti mettono in crisi, poi ti spingono a cambiare e infine – in ragione proprio di questo cambiamento – a ripartire. E se alla base di questa ripartenza c’è stato, fatalmente, del dolore, il fare ordine in questi scatoloni della memoria risulta alla fine per Gandino ha un che di taumaturgico. Persino per il lettore. O almeno per quel lettore che ha vissuto Reggio Emilia negli anni in cui Gandino si divideva tra una radio, un locale, il Mirabello e il pala di via Guasco, facendo surf con leggerezza tra sport e musica, politica locale.

Gando fa surf

Sono gli anni ’80, quelli in cui Reggio Emilia si affaccia al mondo e si fa conoscere. Quelli per capirci di cui oggi si sente la nostalgia: «Altra musica – dice Gandino – in tutti i sensi. Anche nella politica. In quegli anni per vivere ho lavorato nella comunicazione pubblica, erano gli anni in cui prendeva forma la Mediopadana, intuizione geniale degli amministratori di allora, talmente geniali in questa loro visione da non essere seguiti da chi è venuto dopo».

Erano, gli anni ’80, quelli in cui le mode musicali del momento – il punk e la new wave – facevano i conti con un paese ancora molto democristiano.

«In questo contesto paludoso – ricorda Gandino – Reggio Emilia era sicuramente un’isola felice. E lo era anche per la presenza di realtà culturali di prim’ordine, come erano l’Arci e la City Medials Two di Roberto Meglioli». Al di là dei colpi messi a segno da quel vulcano che ancora oggi è Meglioli, in quegli anni Gandino è al centro della musica che si mangia il mondo. E come se non bastasse, sempre a cavallo di quegli anni anche lo sport di casa nostra era una cosa seria, con il Mirabello che si riempiva ogni domenica per una squadra granata che veleggiava tranquilla tra i marosi della serie C e della cadetteria, senza nemmeno sognare quella A che doveva ancora arrivare. In serie A poi c'era il basket, che per Gandino all'epoca aveva un nome e un cognome, quello di Bob Morse. Poi arriva il dopo, per tutto. E Gandino racconta anche questo “dopo”, fotografando questa città attraverso le sue puntate nei giornali di Reggio, «una città dove c'è più gente che scrive che gente che legge...» dice.

Altri anni altra musica

Oggi, nel 2020, la musica è cambiata: in politica, nello sport, in città, anche per questo val la pena sbirciare dentro gli scatoloni del Gando, val la pena sfogliare questo diario di bordo di un viaggio passato che però ha segnato le rotte di un viaggio futuro. Perché chi ha visto gli U2 al Campovolo o i Police al Pala Bigi non può non avere un'idea circa la nascitura arena eventi al Campovolo, lo stesso posto che vide esibirsi – in un oceano di gente – gli U2. «Penso sia tardi – dice Gandino – i numeri dei live sono quelli che sono e quell'arena, grande così come è stata pensata, non si riempirà quasi mai, anche per via di una scelta di campo fatta da chi si è intestato questo progetto. L’impresario del Liga è anche il manager del resto del panorama musicale italiano. Ma nessuno può riempire quell'arena, a parte Vasco che però è l'unica figurina che manca a Salzano. Insomma, la vedo in salita...».

La musica è cambiata, e anche Reggio Emilia lo è. Le piace ancora Reggio Emilia, Gandino? «È la mia città – dice quasi rassegnato – qui ho i miei amici. Non tanti ma buonissimi...». Del resto l'amore per quello che lui chiama alla maniera di Guccini, «piccola città, bastardo posto» lo si percepisce in ogni pagina.

Questi giudizi estorti non li troverete nel libro, soprattutto se non avete le chiavi per leggere tra le righe il Gando-Think.

Quello che potete fare – e noi ve lo consigliamo vivamente – è ordinare il libro su Amazon, e una volta che lo avrete tra le mani iniziate a frugare negli scatoloni di Gandino. Con Gandino: prendetevi le cuffie e cercate il suo profilo spotify. Vi troverete tutte le note a margine di ogni capitolo del libro. Perché a ognuno dei pezzi di vita corrisponde un pezzo da ascoltare. A metterli su – impermeabile a qualunque interferenza – ci pensa anche stavolta il Gando. —

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