Odifreddi: «Non amo andare per musei mi sembrano un po’ gli obitori dell’arte»
L’accademico e divulgatore giovedì sera all’Auditorium del Credem parlerà della “matematica degli ornamenti” a margine della mostra “What a wonderful world” allestita a Palazzo Magnani e ai Chiostri di San Pietro
L’INTERVISTA
CHIARA CABASSA
“La matematica degli ornamenti: dai fregi ai nodi d’amore”. È il titolo dell’incontro con Piergiorgio Odifreddi che si terrà giovedì sera (ore 20.30) nell’Auditorium del Credem a margine della mostra “What a wonderful world” allestita a Palazzo Magnani e ai Chiostri di San Pietro. Aspettando l’evento di giovedì, abbiamo rivolto a Piergiorgio Odifreddi alcune domande.
Il tema dell’incontro parte dal presupposto che dietro gli ornamenti che abbelliscono gli oggetti che usiamo e le case che abitiamo ci siano concetti matematici legati alla simmetria. Quindi l'arte è incomprensibile se non abbiamo i "codici matematici" per interpretarla? Non esiste l'arte che sgorga semplicemente dal talento e l'ammirazione per l'arte che nasce da un sentimento? E lei, che rapporto ha con l'arte? Ama andare per musei?
«Io credo che la matematica fornisca un utile strumento per la comprensione delle opere d’arte: sia in generale, sia nello specifico degli artisti che l’hanno usata consciamente, da Brunelleschi a Dalì. Questo non significa che chi non conosce la matematica non possa fruire dell’arte, ma lo fa allo stesso modo di chi fruisce della musica senza saperla leggere: cioè, a un livello istintivo e inconscio, più che a un livello razionale e conscio. Naturalmente, so bene che non tutti sono d’accordo: soprattutto coloro che la matematica non la conoscono. Ad esempio, Oscar Wilde diceva: “Ci sono due modi per odiare l’arte: uno è odiarla, e l’altro è amarla razionalmente”. Io personalmente non amo andare per musei, che mi sembrano un po’ gli “obitori” dell’arte, e che oltretutto spesso sono affollati come gli stadi (altri luoghi che evito con piacere). Ma l’arte si può fruire anche in altri modi, a partire dai libri e dalla rete: così come, d’altronde, oggi anche la musica si fruisce a casa propria, senza dover per forza andare al conservatorio o ai concerti»
Dall'arte alla poesia. Lei ha detto in un'intervista che è difficile immaginare qualcosa di più poetico di una formula matematica. Se ne deduce (sempre che quella non fosse una provocazione) che lei conosce la poesia, e che l'ha anche amata. Quali sono stati i poeti da lei più frequentati e amati?
«Io non amo particolarmente la poesia, proprio per la sua affinità con la matematica: “non si possono servire due padroni”, diceva qualcuno. Trovo la poesia troppo concisa, esattamente come le formule, e passo già troppo tempo della mia vita a cercare di capire le formule, per aver voglia di fare lo stesso con i versi. Mi piace però, o almeno mi è piaciuta nel passato, la “prosa in poesia”: in particolare, Dante e Ariosto. La Commedia l’ho letta interamente almeno sei o sette volte, e fin da bambino ne ho imparati molti brani a memoria: primo fra tutti quello di Ulisse, quando ancora ero alle elementari. L’Orlando furioso invece l’ho letto una volta sola, ma con un enorme piacere e gusto, e mi riprometto sempre di rileggerlo, prima o poi. Anche perché apprezzo molto di più l’allegria e l’ironia dell’Ariosto che la seriosità da baciapile di Dante, pur ammettendo che Dante ha saputo spesso trovare parole ottimali per certe sue immagini»
In molti dei suoi saggi cerca di dimostrare l'influenza che hanno la matematica e più in generale la scienza nel plasmare la cultura umanistica: dalla letteratura alla filosofia alla teologia. Eppure i suoi detrattori si sono soffermati soprattutto sulla sua critica alla religione e sul suo anticlericalismo. Come mai? Era semplicemente la strada più facile?
«Questo bisognerebbe chiederlo a loro. Io posso dire che mostrare l’influenza della matematica e della scienza nella cultura non è certo denigratorio nei confronti di quest’ultima: dunque, gli uomini di cultura non dovrebbero aversene a male. Ne deduco che i miei detrattori sono spesso gente senza cultura, che temono le critiche alle loro superstizioni, e reagiscono pavlovianamente. Ma a questo proposito devo ricordare che Benedetto XVI ha risposto approfonditamente alle mie critiche: evidentemente, se un papa le ha trovate degne di risposta, forse tanto campate in aria non erano… »
Spesso è stato tacciato di scientismo e positivismo per la sua visione logico-razionale del mondo. Non pensa che il positivismo sia stato superato nei fatti ancora prima che come ideologia?
«Dipende cosa si intende per “positivismo”, che è comunque una corrente filosofica: dunque, viene spesso invocata nelle critiche proprio dai filosofi. In realtà la scienza è oggi quello che la filosofia era ieri: il paradigma che ci permette di capire la cultura contemporanea, che oggi è basata sulla tecnologia e, dunque, sulla scienza. Semmai, è la filosofia, o almeno certa filosofia, che è stata superata nei fatti. E non soltanto come “moda”, ma proprio nella capacità di comprendere e spiegare come è fatto il mondo. La filosofia, e la religione prima di essa, hanno anch’esse cercato di comprendere e spiegare il mondo, ma non ci sono mai riuscite, come dimostra il fatto che sono esistite, ed esistono, molte filosofie e molte religioni. La scienza invece è una sola, e ha trovato un metodo (appunto quello logico-razionale) che ha avuto successo dove tutti gli altri prima avevano fallito. La scienza ha sostituito la filosofia, in generale, nello stesso modo in cui la chimica e l’astronomia hanno sostituito l’alchimia e l’astrologia, in particolare. Più concisamente, mentre la scienza fornisce spiegazioni, l’umanesimo è solo in gradi di dare narrazioni»
Parliamo degli algoritmi ormai entrati di forza nella quotidianità. Il confine tra matematica e filosofia si fa sottile quando parliamo di noi, delle nostre vite, dei nostri desideri, del nostro essere. Siamo sicuri che non sia necessario parlare di responsabilità morale dal momento della creazione a quello dell'applicazione degli algoritmi stessi?
«La responsabilità morale riguarda tutto ciò che l’uomo fa: in particolare, dunque, anche la creazione degli algoritmi, ma più in generale la creazione e l’uso di qualunque tecnologia. Basta pensare, ad esempio, al nucleare o alla clonazione. La scienza e la tecnologia forniscono strumenti potentissimi, ma purtroppo li forniscono agli uomini, che in massima parte sono stupidi e ignoranti, e fanno un pessimo uso delle ottime cose che si ritrovano per le mani».
Parliamo un attimo di politica. Lei nel 2007 si è anche candidato alle primarie del Pd in una lista a sostegno di Veltroni. È stato anche eletto, poi ha abbandonato la politica per rientrare e subito uscirne. Oggi lei sostiene che la democrazia è una dittatura e che il sistema democratico è superato. Secondo lei, con quale modello andrebbe sostituito e perché.
«Questo argomento è complesso, e ci ho scritto un intero libro sopra (“La democrazia non esiste”). In due parole, direi che la classe politica dovrebbe smetterla di fare riformette raffazzonate della Costituzione e delle leggi elettorali, in genere pensate per gli interessi immediati di chi le fa, e incominciare a pensare in grande. Ci dovrebbe essere una nuova Assemblea Costituente, eletta con il proporzionale puro, che ripensasse i fondamenti della democrazia, così come i padri costituenti fecero dopo la Seconda Guerra Mondiale, per adattare la Costituzione ai cambiamenti della vita e della tecnologia di oggi. Quando la Costituzione attualmente in vigore fu scritta, non c’era ancora la televisione. Gli elettori all’epoca votavano uno stesso partito per tutta la vita, con timidi passaggi da uno all’altro. I partiti erano definiti da ideologie facilmente riconoscibili, eccetera. Non si può immaginare che quella Costituzione possa funzionare in un mondo in cui i partiti non hanno ideologie, gli elettori cambiano idea ogni anno e sono menati per il naso dai social media. I politici non vedono al di là del proprio, di naso, e pretendono di continuare a usare gli strumenti di ieri per la società di oggi, con i pessimi risultati che si vedono».
Nel saggio “Il genio delle donne” si parla di una scienza al femminile sempre più rappresentata. Eppure gli stereotipi sessisti, così come le discriminazioni sul lavoro e non solo, continuano ad avere una certa fortuna. Confutare stereotipi e discriminazioni è facile. Ma eliminarli è possibile?
«Io non credo affatto che sia facile confutare gli stereotipi. Al contrario, uno dei problemi maggiori della nostra società è proprio il monolitico pensiero unico del cosiddetto “politicamente corretto”. Spesso non ci rendiamo conto di quanto noi pensiamo in maniera uniforme e inquadrata, e chi se ne rende conto trova enormi difficoltà anche solo a parlarne, perché rischia di essere sommerso da un coro di critiche e insulti. La difficoltà nell’eliminare gli stereotipi sta nella difficoltà di rendersi conto del fatto che sono stereotipi: una volta smascherati, poi diventa facile eliminarli. Purtroppo i media, che oggi prendono così tanta parte della nostra vita, sono i grandi produttori e untori degli stereotipi. Dunque, per combattere gli stereotipi bisognerebbe avere dei media alternativi, che non seguono le linee di minima resistenza oggi imperanti sui giornali, in televisione e nei social. Ma queste sono pie illusioni: i media sono quello che sono, e hanno una larga parte e una grande responsabilità nel rendere stereotipata la nostra società».
Come si pone, da matematico, di fronte all’omofobia, alle discriminazioni sociali e razziali per arrivare a quelle legate agli orientamenti sessuali?
«Non credo che la matematica, e più in generale la scienza, abbiano molto a che fare con le discriminazioni: sia l’una che l’altra si interessano dei fatti, che sono universali, mentre le discriminazioni derivano dai valori, che sono individuali».
Torniamo indietro, quando si è innamorato dei numeri? Qual è il fascino della matematica? Cerchi di spiegarlo... a chi teme tanta lucidità mentale dove non possono trovare posto dubbi e incertezze.
«Mi sono accorto verso l’adolescenza di “andar bene” in matematica: cosa non sorprendente, visto che l’intelligenza logico-deduttiva, che è quella che serve per la matematica, si sviluppa appunto in quel periodo (a differenza dell’intelligenza musicale, ad esempio, che invece è la prima a svilupparsi, e lo fa già nella prima infanzia). Ma il fascino della matematica “intender non lo può chi non lo prova”, anche se questo vale per tutti i fascini, dalla musica allo sport. In parte serve appunto una propensione naturale per il pensiero razionale, e se uno è più portato per il pensiero emotivo, sarà più attirato verso l’umanesimo. In fondo, sono due modi opposti, benché complementari, di guardare e percepire il mondo, e ciascuno di noi ha una propensione, più o meno marcata, per l’uno o per l’altro. A quelli come me l’opacità mentale e le incertezze fanno lo stesso effetto che la lucidità mentale e le certezze fanno a chi non ama o non capisce la matematica».
Si riconosce nella definizione di inquisitore e fustigatore non solo della fede e delle superstizioni ma anche di filosofi e intellettuali la cui speculazione è troppo spirituale?
«Io credo che non si debba confondere la spiritualità con la religiosità: sono due cose non solo diverse, ma contrapposte. Non c’è nessuna spiritualità, ad esempio, nella ritualità a cui spesso si riduce la professione di fede. Mentre c’è molta spiritualità nel dedicare la propria vita a cercare le risposte alle grandi domande, che non sono quelle generiche e banali dei Catechismi, sacri (la Bibbia) o profani (la filosofia), ma quelle precise e profonde della scienza. Albert Einstein diceva che, in un mondo materialista come il nostro, completamente dedito alla produzione e al consumo di merci, e tutto sintonizzato sul rumore incessante e superficiale dei media, gli unici esseri veramente spirituali sono proprio gli scienziati, che si dedicano invece alla comprensione del mondo nei suoi aspetti più reconditi e complessi. Il problema di certa filosofia non è affatto essere troppo spirituale, ma di essere troppo superficiale. Basta pensare a Emanuele Severino, recentemente scomparso, che è stato commemorato come uno dei massimi pensatori del Novecento, quando è stato invece soltanto un piccolo giocoliere di parole vuote e pretenziose. Gli è bastato ripetere per tutta la vita espressioni quali “l’eternità di tutti gli essenti”, e spruzzare il proprio discorso con qualche citazione in greco antico, come se quello rendesse automaticamente sensate o profonde le cose che uno dice, per impressionare gli ingenui».
Cosa l'ha spinta a intraprendere oltre all'attività accademica quella divulgativa?
«In parte, mostrare la profondità e la bellezza della matematica e della scienza. E in parte, combattere l’irrazionalità e la stupidità dilagante. I nani e le ballerine del Festival di Sanremo attirano la metà dei telespettatori italiani, ma rimane pur sempre l’altra metà a far ben sperare per le sorti della cultura del nostro paese. È a loro che si rivolge la divulgazione scientifica, anche se della ricerca scientifica poi beneficiano tutti, compresa la metà dei no-vax, no-tav e no-QI, che non se la meriterebbe affatto». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
