Gazzetta di Reggio

Il personaggio 

Emanuele Aldrovandi, il drammaturgo di casa nostra famoso nel mondo

Giulia Bassi
Emanuele Aldrovandi, il drammaturgo di casa nostra famoso nel mondo

«Già al liceo Spallanzani trascrivevo i dialoghi dei compagni. Il segreto del successo? Non bisogna mai improvvisare» 

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REGGIO EMILIA. «Il mio approccio alla scrittura teatrale è stato prima letterario e solo in un secondo momento scenico. Ma la pratica scenica – sia durante il periodo di formazione all’accademia di teatro, sia durante le prove con gli attori per la messa in scena dei miei primi testi – ha profondamente cambiato il mio modo di scrivere». Parla con la sicurezza di una persona “navigata” Emanuele Aldrovandi autore, regista, sceneggiatore e traduttore reggiano che oramai da tempo è tra i più amati non solo in Italia. Certo che ha 34 anni ma ad osservarlo sia nell’aspetto che nel modo di parlare sembra essere un venticinquenne. Agli inizi i suoi testi sono stati portati in scena dalla compagnia MaMiMò.

«Le porte mi si sono aperte nel 2013 con “Homicide House” che ha vinto il più importante riconoscimento nazionale per la nuova drammaturgia, il Premio Riccione Pier Vittorio Tondelli. In seguito i miei testi hanno iniziato a essere messi in scena in vari teatri in Italia e all’estero». Ha vinto anche il Premio Nazionale Luigi Pirandello con “Felicità”, il Premio Fersen con “Il generale”, il Premio Hystrio e il Mario Fratti Award con “Farfalle” lo spettacolo che gira in questo periodo coprodotto da uno dei più importanti teatri di prosa italiani, quel è l’Elfo-Puccini di Milano, e che era in cartellone da domani in Cavallerizza (cancellato per la chiusura dei teatri causa coronavirus).

Ma il Premio Mario Fratti Award parla americano…

«Infatti. È dedicato al leggendario drammaturgo di Broadway premia un testo teatrale italiano inedito con la traduzione professionale in inglese e la presentazione nell’ambito del Festival sotto forma di lettura della versione inglese. Io l’ho vinto nel 2016».

E la motivazione?

«La giuria si è espressa dicendo che “Farfalle” utilizza il linguaggio teatrale in modo chiaro, costruendo una drammaturgia originale dal meccanismo raffinato e imprevedibile, quasi misterioso. La definizione dei personaggi è lucida, con dialoghi diretti, efficaci e capaci di rendere il testo commovente e universale. E poi afferma che è e adatto alla trasposizione in lingua straniera».

Quindi dopo la vittoria “Farfalle” è stato rappresentato a New York.

«Certo e con molto successo. A seguire è stato rappresentato anche nei Paesi Arabi e in Egitto».

Chi sono gli autori che la ispirano?

«Innanzi tutto Beckett e poi naturalmente tantissimo Shakespeare… Sławomir Mrożek grande autore polacco del ‘900 e ancora Alfred Jarry drammaturgo francese i cui testi sono considerati tra i primi sul tema dell’assurdità dell'esistenza e hanno a che fare con il grottesco».

Qual è stile di scrittura la caratterizza?

«Storie tragiche che racconto in modo comico con una buona dose d’ironia».

Il segreto che sta dietro al tuo successo di scrittore teatrale?

«Ho una laurea in filosofia e un’altra in lettere, poi ho frequentato l’accademia d’arte drammatica. Quindi la formazione, la conoscenza… ho letto molte cose… ma anche sapere come funziona il teatro, perché non bisogna improvvisare, bisogna sapere tutto. Adesso che insegno all’Accademia “Paolo Grassi” dico ai miei allievi di leggere le loro storie 30 o 40 volte. Io leggo i miei testi anche 100 volte. La cura deve essere massima».

Come sceglie gli argomenti?

«Cerco di scrivere le cose che vorrei vedere. Penso a quello che mi piacerebbe come spettatore standard: non credo di avere un’altra ricetta, ma cerco di essere fedele a me stesso. Ultimamente, cioè da 11 anni non faccio quasi altro: raccontare storie e lo faccio con il medesimo approccio».

A Reggio che scuola ha frequentato? E già mostrava questa passione per la scrittura?

«Al Liceo Spallanzani mi piaceva trascrivere i dialoghi dei miei compagni; mi concentravo sullo scambi di battute, anche quando c’entravano i prof. Era molto divertente: a volte mi chiedevano di leggerle e ho visto che catturavo l’interesse di tutti».

Da che cosa parte per scrivere un testo?

«Dalla realtà, da domande a cui non so rispondere o da intuizioni che mettono in dubbio quel che pensavo di credere. Cerco di spiazzare e di spiazzarmi, non solo perché mi diverte, ma perché è un modo di conoscere me stesso e la realtà. Mi piace raccontare storie che parlino del presente, che siano facili da capire ma anche complesse da interpretare». —




 

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