Gazzetta di Reggio

La macchina mongolica 

Il documentario di Casotti: «Un diario privato ed etico»

Adriano Arati
Il documentario di Casotti: «Un diario privato ed etico»

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REGGIO EMILIA. Poche settimane fa è diventato pubblico il progetto “La macchia mongolica” legato a Massimo Zamboni, alla figlia Caterina e al fotografo e videomaker Pier Giorgio Casotti. Il cuore è il viaggio fatto l’anno passato in Mongolia da Zamboni, rievocando la storica esperienza degli anni ’90 assieme a Giovanni Lindo Ferretti, quella che portò al disco Tabula Rasa Elettrificata, ultimo album in studio dei Csi. Oltre al libro scritto dai due Zamboni e alla colonna sonora curata dall’ex chitarrista di Csi e Cccp, il percorso vede al centro il documentario omonimo realizzato da Casotti. La prima presentazione reggiana era fissata per il 27 febbraio, il caos Coronavirus ha costretto al rinvio, l’appuntamento è rimandato all’8 aprile al cinema Rosebud. Pier Giorgio Casotti, intanto, riflette sul cammino fatto. A partire dalle aspettative iniziali. «Non mi aspettavo chissà cosa dalla Mongolia, mi aspettavo grandi spazi. Mi ha colpito la spinta di modernizzazione eccessiva che c’è nella capitale Ulan Bator».

Perché questo flusso?

«Tanti pastori che vivono nelle tende si stanno trasferendo in città, a causa di inverni molto rigidi, l’anima del nomade si sta indebolendo, metà della popolazione vive in una capitale che si sta ampliando con tassi di crescita pazzeschi».

Non sembra un fenomeno positivo.

«Il rischio è che nel giro di altri dieci, quindici anni la Mongolia sarà completamente trasformata, secondo me negativamente. Il governo non incentiva più i nomadi, come i governi precedenti filo-sovietici di impronta socialista facevano prima».

Tutto il girato è opera sua. Scelta o necessità?

«Quando faccio questi progetti li affronto in solitaria pur con i limiti tecnici del caso, ad esempio per l’audio. Se pensi a troppe cose si rischia di perdere il momento, si perdono l’inerzia e la spontaneità, quell’empatia che può durare pochi secondi».

Come risolve?

«Parto con una macchinetta piccolina che mi metto in tasca. Se vado di fronte alla gente con troppa attrezzatura mi sembra di invadere lo spazio e il rapporto privato che si instaura con le persone».

Questo non è proprio il classico documentario incentrato sul viaggio dei protagonisti. Anzi.

«In origine doveva esserlo, con Massimo e Caterina ci siamo confrontati: subito c’era un approccio più realista, incentrato sul rapporto fra padre e figlia che si muovono insieme. Poi, man mano che guardavamo i montati abbiamo asciugato le interviste. E abbiamo capito che forse era meglio astrarci dal voler raccontare una storia, da un documentario classico siamo passati a un lavoro più astratto, più etico se vogliamo».

Il racconto sparisce?

«Di racconto non c’è niente, Massimo e Caterina si vedono pochissimo, sono i loro occhi che vedono».

E le voci tutte esterne?

«Le abbiamo registrate e inserite dopo, così il lavoro diventa un racconto in terza persona e un diario privato, che può però interessare tutti noi». —

Adriano Arati

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