Gazzetta di Reggio

«Approfittiamo dell’emergenza Coronavirus per sperimentare nuove forme di arte»

Martina Riccò
«Approfittiamo dell’emergenza Coronavirus per sperimentare nuove forme di arte»

Teatri chiusi ma il MaMiMò raggiunge il pubblico con gli spettacoli on demand. Intervista al direttore artistico Marco Maccieri 

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REGGIO EMILIA. “Come il cane sono anche io un animale socievole”. È il pensiero martellante che spinge il protagonista de “La peste scarlatta”, scritto da Jack London nel 1912, ad abbandonare il suo rifugio – dove aveva a disposizione tutto il cibo e l’acqua di cui aveva bisogno – per cercare altri sopravvissuti. Ed è il titolo dello spettacolo che la compagnia del MaMiMò ha messo in scena nel 2016, ispirandosi proprio al romanzo londoniano. È anche, però, l’inizio di un percorso nuovo, difficile quanto stimolante, pensato per reagire al Coronavirus.

Da inizio mese, infatti, sul sito del MaMiMò è comparsa una sezione dedicata all’On demand. Una specie di archivio in cui sono stati caricati spettacoli andati in scena qualche anno fa, e non più in produzione. Un archivio aperto, a disposizione di chiunque voglia riguardarli, o guardarli per la prima volta. «Non a caso abbiamo caricato per primo lo spettacolo “Come il cane sono anche io un animale socievole” – evidenzia Marco Maccieri, direttore artistico del MaMiMò insieme ad Angela Ruozzi –. Gli uomini non possono vivere da soli, neanche in un momento di crisi come questo. E visto che i teatri rimarranno chiusi almeno fino al 3 aprile...».

Come mai avete deciso di mettere a disposizione, gratuitamente, il vostro “patrimonio”?

«I teatri sono chiusi, la cultura e il pensiero critico no. È importante che gli artisti facciano sentire la loro presenza, tenendo viva la creatività senza lasciarsi andare alla paura. Il nostro ruolo è quello di dare uno sguardo culturale a quello che accade, e trasformarlo in azione. Non possiamo certo smettere ora, anzi...».

Quindi, anche da casa, si può assistere agli spettacoli. Quanti ne avete caricati?

«Al momento sono dodici. Una sorta di cartellone digitale. Ne abbiamo messi subito quattro, poi ne abbiamo aggiunti altri un po’ alla volta. È interessante perché di solito gli spettacoli che non sono più in produzione vengono messi da parte, dimenticati. In questo momento, invece, e sfruttando la tecnologia, ci servono per restare vicini alle persone, accompagnarle e occupare il loro tempo libero».

Avete pensato anche di recitare, o far recitare, direttamente davanti a una telecamera?

«Questo non è possibile perché il teatro, per essere, ha bisogno del pubblico. Ma possiamo studiare altre forme di arte che possano essere diffuse con la tecnologia. Siamo a metà strada tra il teatro e il cinema, è un territorio inesplorato che potrebbe riservarci sorprese».

Avete già qualche idea?

«Non escludo che si possa arrivare a un documentario, sul teatro per esempio. Ma stavamo pensando anche a una drammaturgia dell’anno scorso, che in Italia non è stata messa in scena, che parla della lingua italiana nella commedia e nella tragedia. Sarebbe azione teatrale nel presente, ma attraversando la storia della drammaturgia. Dobbiamo anche capire come comportarci con la nostra scuola di teatro: a noi spetta il compito di essere creativi, ma rimanendo etici e responsabili. Dobbiamo trovare un nuovo linguaggio che ci permetta di continuare a creare contenuti, leggere la realtà e rappresentarla attraverso l’arte».

Come sempre le crisi possono diventare occasione di crescita.

«L’arte e il teatro non si stanno piangendo addosso, ne vedremo delle belle. Forse, come diceva Konstantin ne “Il Gabbiano”, c’è bisogno di nuove forme, non per sostituire quelle vecchie ma per accompagnarle». —




 

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