«Il ritorno alla camera oscura per resistere ai clic digitali»
Marco Grassi Pho, nello Studio C di Via Emilia San Pietro, sta allestendo lo spazio per la sua mostra
Un gesto mancato, una sbadataggine, un errore può essere fatale per un’opera d’arte, tanto da… renderla tale. Il riferimento va a “Le Gran Verre” di Duchamp: si tratta di due pannelli di vetro dentro ai quali galleggiano fili e lamine di piombo, vernici e pittura ad olio. È stato il caso a decretarne il compimento; infatti, secondo l’artista, era rimasta in uno stato di incompiutezza e solo con il verificarsi di un incidente fortuito come la rottura del vetro, Duchamp finalmente si è risolto a dichiarala terminata.
IL COLLETTIVO
Da questa fondamentale opera prende il nome il collettivo che Marco Grassi Pho e Matteo Bologna da Milano hanno costituito per dedicarsi al recupero di elementi dal quotidiano come manifesti strappati, lamiere e bancali, per rassembrarli in rapporto con la rivisitazione di una serie di esperienze legate alla fotografia analogica dei primi del ’900.
Gli inizi
«E così qualche anno fa il nostro studio di Via Tertulliano si è trasformato in un enorme camera oscura e in un grande laboratorio multimediale». A dirlo è Marco Rossi Pho che nello Studio C di Via Emilia San Pietro sta appunto allestendo la camera oscura insieme ad alcune opere realizzate con quel procedimento che saranno esposte nella mostra “Flashback l’immagine fantasma” per Fotografia Europea (Circuito Off), a partire dal 17 aprile.
Il percorso
«Dell’esperienza della Street Art da cui provengo a parte la passione (e lo studio) per il materiale urbano è rimasto Pho che è l’abbreviazione del mio nickname di quando di dedicavo alla Street Art che era “Phobia”… ma tornando a quanto sto allestendo per Fotografia Europea, l’interesse va verso la trasmutazione della materia, la casualità, l’indifferenza verso l’attribuzione e l’autorialità del singolo individuo. Chiamando ancora in causa “Le Gran Verre”, sappiamo che esso costituisce il paesaggio misterioso che figura sepolto da uno strato di polvere nell’opera fotografica Élevage de poussière (1920) riconosciuta tanto da Man Ray quanto da Duchamp. In questo senso continuando l’esperienza dopo che Matteo Bologna è venuto a mancare, sto creando opere in cui si mischiano le tecniche della fotografia tradizionale analogica unendole alla pittura».
LA TECNICA
«Al centro della suggestiva camera oscura – prosegue Marco Rossi Pho – vi è un bromografo di grandi dimensioni che abbiamo costruito noi con del materiale riciclato per ottenere i nostri rayographs, ovvero delle fotografie a contatto. Su di esso vanno appoggiate le nostre carte (in cotone) in cui viene elaborata la materia fatta da scarti di manifesti poi proviamo a stampare e sviluppare; tali carte sono i negativi che permettono di giocare sulle trasparenze. Nella mostra, oltre alla camera oscura con il mitico bromografo, verranno esposte nelle vetrine che guardano il cortile, quattro opere realizzate con questa tecnica; inoltre sarà a disposizione un video con le spiegazioni del procedimento. Mentre al primo piano, per presentare l’esperienza collettiva, sarà mostrata una serie di diapositive che documenterà lo scenario surrealista e la filosofia di questo mio lavoro in cui la camera oscura, come una sorta di caverna di Platone, è il rifugio dei materiali primitivi che rappresenta la resistenza del mondo analogico alla fotografia digitale». —
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