Le serie Tv parlano reggiano grazie a Nicola Lusuardi «La più grande sfida estetica»
Drammaturgo e sceneggiatore, ha firmato tra l’altro per la Rai la fortunata “Una pallottola nel cuore”
In questi tempi in cui si deve stare in casa, aumenta l’utenza per tutte le piattaforme che permettono di guardare film, documentari e, soprattutto, serie tv. «Direi che l’incremento è notevole… per esempio, secondo alcune stime, Amazon Prime Video ha aumentato del 45% le proprie visualizzazioni».
Lo dice Nicola Lusuardi, sceneggiatore reggiano che da gennaio è il responsabile dello sviluppo per The Apartment, società nata all’interno del gruppo Fremantle. The Apartment è focalizzata sulla creazione e sullo sviluppo di serie e film di scala globale scritti e realizzati da autori e talenti internazionali. La società fondata da Lorenzo Mieli produrrà le serie di Paolo Sorrentino, Luca Guadagnino, Marco Bellocchio e di molti altri autori di standing internazionale. Prima di questo incarico Lusuardi ha lavorato come sceneggiatore, story editor e supervisore allo sviluppo per diverse società di produzione e broadcaster tra cui Rai, Mediaset e, negli ultimi anni in particolare, Sky Italia. «Ho accettato questo incarico perché The Apartment è uno dei progetti più ambiziosi che mi sia capitato di incontrare non solo in Italia ma in tutta Europa e perché questo ruolo mette insieme tutte le diverse esperienze professionali che ho fatto in questi anni».
Nicola Lusuardi quand’è nata la sua passione?
«Durante il liceo, ho frequentato l’Ariosto, è nata la passione per il teatro. Ho iniziato a scriverlo negli anni ’90 e ho collaborato per circa dieci anni con il Teatro Gioco Vita di Piacenza a fianco di Fabrizio Montecchi; quindi con Mauro Bigonzetti ho realizzato la drammaturgia di diverse coreografie tra cui il Purgatorio e il Paradiso (da Comoedia), Sogno (musiche di Costello), Noces e Petruska».
Da drammaturgo a sceneggiatore. Quando è successo?
«Nel 1998. A Roma ho frequentato un corso interno alla Rai e, cominciando a scrivere per la tv, ho scoperto il potenziale drammaturgico della serialità che, a mio avviso, dal punto di vista del racconto era ed è la più grande sfida estetica del nostro tempo».
Come ha approfondito la scrittura della drammaturgia seriale?
«Di fronte al prodotto seriale ho sentito la necessità di capire come era fatto, quali erano le sue componenti specifiche, di comprenderne le differenze rispetto, per esempio, al cinema. Questo mi ha spinto a studiare, a cercare questi fondamentali nelle serie di eccellenza internazionali. Da qui ho sviluppato una riflessione, articolata in categorie e modelli teorico-pratici, che è alla base della mia pratica professionale e del mio insegnamento. In questi anni ho svolto questa attività didattica in Italia, per il Centro Sperimentale di Cinematografia e la Scuola Holden, e all’estero, a Berlino per Serial Eyes e a Parigi per il Ccea e la Femis. Fino all’anno scorso ho lavorato con Sky Italia sullo sviluppo dei loro progetti originali e ho continuato a scrivere come autore».
Il suo percorso mette insieme lavoro autoriale, editoriale e produttivo.
«Non è frequente in Italia poter fare esperienza di tutti questi diversi ruoli, mentre negli Stati Uniti è diverso. Tenere insieme i due aspetti, quello della creatività e dell’organizzazione del processo, è necessario e l’industria della serialità mobilita capitali ingenti».
A proposito di Stati Uniti, le loro serie sono sempre state il nostro riferimento.
«Le serie americane hanno avuto la capacità di farsi amare da un pubblico vasto e raggiungevano picchi di eccellenza che a noi sembravano difficili da eguagliare. Tutti noi ammiravamo quelle serie e avevamo voglia di fare qualcosa che si avvicinasse senza però mai davvero riuscirci. C’era un gap difficile da colmare. Un gap che ancora oggi resiste. Se dovessi sintetizzarne le ragioni, direi che si tratta di un fattore culturale: il non aver voluto considerare il seriale come una modalità specifica, il non aver preso sul serio… le serie».
In che senso?
«Scrivere una serie non è come scrivere un film. La nostra grande tradizione cinematografica ci impediva di guardare l’oggetto seriale con le sue specificità estetiche e drammaturgiche. Sono convinto, invece, che l’eccellenza nasca nella specificità e che sia importante chiedersi cosa si può fare con la materia propria del seriale per innalzare l’asticella».
Negli ultimi anni ha sviluppato per Sky la trilogia 1992, 1993 e 1994, ZeroZeroZero e I Diavoli che uscirà in aprile, tratta dal romanzo di Guido Maria Brera. Per la Rai ha firmato diverse serie tra cui “Una pallottola nel cuore”. Come si lavora con broadcaster diversi?
«“Una pallottola nel cuore” è un prodotto televisivo classico, a cui sono molto affezionato, Gigi Proietti è un uomo e un attore straordinario. Bisogna tenere presente che ogni broadcaster ha la propria identità e tendenzialmente il proprio pubblico. Un pubblico molto più esigente di quello che comunemente si pensa. Non è detto che si possa proporre lo stesso progetto a Rai, a Sky o a Netflix: gli editori sono continuamente sfidati a proporre cose nuove ma senza tradire la propria identità». —
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