Gazzetta di Reggio

Un MAESTRO DEL TEATRO  

Pizzi: «I miei primi 70 anni di carriera e la splendida stagione reggiana»

Giulia Bassi
Pizzi: «I miei primi 70 anni di carriera e la splendida stagione reggiana»

Il regista tra ricordi e progetti: «Rinaldo (1985) doveva essere riproposto in questi giorni a Firenze» 

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Giulia Bassi

REGGIO EMILIA

Gli anni tra il 1984 e il 1987 sono stati tra i più significativi per la storia del Teatro Municipale avendo prodotto spettacoli che hanno fatto la storia: sono Salome (1984) e Rinaldo (1985), quindi l’Ode a Santa Cecilia/Dido and Aeneas (1986), Il cappello di paglia di Firenze (1987).

Dietro a tutti vi è un nome di prima grandezza che è quello di Pier Luigi Pizzi maestro incondizionato del teatro italiano da sempre distintosi per una modalità di lavoro che mette al primo posto il rispetto assoluto della musica e del canto per creare spettacoli di qualità superba e soprattutto indiscutibilmente belli. Da ognuno di essi, ma anche da quelli che continua a creare trapela una passione infinita per il teatro nel suo complesso. Ripercorriamo quegli incredibili trionfi con Pizzi stesso che proprio quest’anno compie 90 anni.

Sorprende profondamente la sua disponibilità al colloquio, dal quale ancora di più emerge quello stile soltanto suo di porsi da autentico signore.

«Devo dire che quella è stata una stagione fortunata – spiega Pier Luigi Pizzi – e molto lo devo alla fiducia del direttore di allora Guido Zannoni, che è stata una figura essenziale, spendendo grande energia affinché le produzioni del Teatro Valli fossero al più alto livello. Ho avuto la fortuna d’incontrarlo in una tournée a Praga con Macbeth, e in quell’occasione, apprezzando il mio lavoro, mi chiese di curare la regia di uno spettacolo a Reggio Emilia. Fu scelta Salome».

E fu un successo...

«Enorme. L'abbiamo portato anche a Tokyo. E dura tutt’ora: nel 2017 lo spettacolo è andato in scena a Catania. Poi sono seguiti gli altri titoli. In quegli anni vivevo a Parigi ed era nata col Théâtre du Châtelet una collaborazione, che ha prodotto uno scambio di spettacoli: loro hanno rappresentato Rinaldo e Il cappello di paglia di Firenze a Parigi mentre a Reggio Emilia nel 1987 si è dato Hippolyte et Aricie di Rameau. Dato il livello internazionale degli spettacoli anche il pubblico era speciale con tantissimi ospiti prestigiosi: da Pierre Bergé che arrivava col suo aereo pieno di amici parigini, al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, Amyn Aga Khan. È stato un momento di grande splendore, poi ci sono state alcune nefaste interferenze politiche, che hanno buttato tutto all'aria. In ogni caso resta la memoria di questi spettacoli che hanno fatto il giro del mondo».

Non da ultimo il “nostro” Rinaldo.

«Infatti. Rinaldo si stava provando a Firenze dove sarebbe dovuto andare in scena proprio in questi giorni ma abbiamo dovuto interrompere le prove; sarà ripreso a settembre, mentre in giugno andrà alla Fenice di Venezia. La regia di quest’opera portava avanti il concetto interpretativo di Orlando furioso di Vivaldi del 1978, divenuto uno spettacolo cult, contribuendo ad alimentare la passione per le opere barocche, che si diffuse a partire precisamente da quegli anni».

Qual è la concezione dell’opera barocca che sta dietro al suo Rinaldo?

«A fronte di libretti talvolta modesti, la musica è sempre straordinaria. Ponendola al centro del progetto quale motore per la fantasia, ho concepito uno spettacolo basato principalmente sull’immagine, per veicolare quel tipo di teatro della meraviglia, verso il pubblico in modo che fosse meglio recepito e apprezzato. In anni più recenti ci si è lasciati prendere da una smania di attualizzazione che non rende giustizia a questo genere di spettacolo, che chiede semplicemente di abbandonarsi al piacere del teatro. Il teatro musicale barocco è perfezione estetica, godimento per la vista oltreché per lo spirito. La bellezza che alimenta lo spirito, gioca un ruolo importante».

Comunque al centro lei pone la musica.

«La musica è armonia. Per le sue ragioni provo una devozione incondizionata. Non ho mai tradito quello che la musica mi ispirava: diventava la base del percorso progettuale e continua a esserlo, anche se cerco sempre più di proporre un teatro etico, asciugato, ridotto all’essenziale. Attraverso le immagini, senza rinunciare all'estetica, mi concentro sulla narrazione. Sento l'obbligo di far capire al pubblico, attraverso un racconto chiaro, diretto, semplice, che l'opera ha sempre qualcosa da insegnarci. Questo si trasmette con la chiarezza del discorso e non sempre con la trasgressione o la provocazione».

Uno stile che il pubblico ha ammirato negli spettacoli creati per lo Sferisterio di Macerata Festival di cui è stato direttore artistico.

«A Macerata ho cercato di portare idee nuove. Ho trasformato in Festival una generica rassegna estiva. Ho dato ad ogni stagione un tema preciso; ho aperto nuovi spazi, invitando compositori contemporanei, così la programmazione non si è limitata al repertorio consueto, basato su titoli popolari e sulla presenza di qualche cantante di grido».

Un’esperienza, maestro Pizzi, che completa un arco di carriera molto ampio.

«Partendo dal teatro di prosa e con lunghi anni di grande impegno con la Compagnia dei Giovani di Giorgio De Lullo, Rossella Falck e Romolo Valli, mi sono formato come scenografo e costumista; poi mano a mano, facendo esperienze con registi diversi, Ronconi e Squarzina tra i tanti, sono arrivato alla decisione di fare un percorso personale, assicurandomi la responsabilità dello spettacolo a 360 gradi. Ed è quello che continuo a fare con alle spalle 70 anni di carriera. Sempre ho lavorato con serietà, rigore, e… anche divertendomi. Non mi sono mai preso sul serio, con quell’ironia indispensabile a conservare il giusto distacco dall'ovvietà». —

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