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Fa furore il podcast di Baldelli «Un ponte tra New York e l’Italia»

Giulia Bassi
Fa furore il podcast di Baldelli «Un ponte tra New York e l’Italia»

Il chitarrista e docente reggiano nel 2014 si è stabilito negli Stati Uniti  «Intervisto artisti e cantanti soprattutto emiliani: siamo alla 41esima puntata»  

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Giulia Bassi

REGGIO EMILIA

Fa furore il suo “Chiamo Dopo”: il podcast-talk show, un simpatico ponte New York-Italia, che Giacomo Baldelli, chitarrista, docente stabilitosi oramai dal 2014 negli Stati Uniti, si è inventato insieme a Giovanni Di Raimo. Sono orami qualche migliaio di persone che ascoltano e apprezzano le sue interviste a artisti, cantanti «ed ora che siamo chiusi anche noi – ci dice Baldelli – succederà anche di più».

«Quest’avventura iniziata a fine 2019 l’ho pensata per due mie esigenze: tenermi in aggiornamento su quello che succede in Italia e ascoltare persone intelligenti che abbiano storie interessanti da raccontare. Naturalmente ci sono musicisti emiliani ma penso più in generale a personaggi che si distinguono in ambito creativo. Tra gli altri: Carlo Siega, Silver, Mauro Levrini, Alberto Bertoli, Emanuele Dabbono, Irene Graziosi… Al di là delle mie aspettative si sta rivelando un bel contenitore perché, ogni ospite, che ha un’ora a disposizione, si possa liberamente raccontare. La cosa sensazionale è che piace molto agli americani. E così siamo arrivati alla 41 esima puntata».

Giacomo Baldelli, per tutti Jack, sposato con la pianista americana Laura Barger, è cresciuto in una terra (la nostra) dove il classic rock e la cultura blue-collar la fanno (o facevano) da padrone, ha un paio di lauree in chitarra classica ed è ora un apprezzato interprete di musicale avantgarde-sperimentale. «Grosso problema: il mio amore per la chitarra è sempre stato inferiore a quello per la musica e questo mi ha portato cercare ed esplorare costantemente altre vie rispetto a quelle accademiche e soprattutto mi fa esprimere come divulgatore: da qui il senso di “Chiamo Dopo” per cui sono tanto contento». Attualmente la ricerca stilistica di Baldelli – che effettuerà un tour in California per ottobre e uno in Italia in novembre – è indirizzata verso una musica più accessibile e comunicativa. «Continuo a sostenere che ci sia un'enorme differenza tra l’ermetismo un po' snob a tutti i costi e la banalità. Si può essere accessibili, ma non banali. Complessi sì, ma comprensibili. Così ho cominciato a studiare e ascoltare di musica minimal-post minimal, ma soprattutto ambient. I soundscapes, ovvero i “paesaggi sonori”, sono ora il genere musicale che mi interessa di più. Già con il mio album Electric Creatures dello scorso anno ho spalancato la porta a queste sonorità: più lavoro legato alla costruzione (nel vero senso della parola) del suono, piuttosto che ricerca sulla tecnica chitarristica. Sto scoprendo innumerevoli autori, americani e non, che se non hanno mai scritto per chitarra elettrica, chiedo loro di farlo. Parlo per esempio di William Dougherty, Eric Wubbels, Nick Norton, Frances White, Catherine Lamb, senza dimenticare alcune firme storiche come il gruppo di Bang on a Can».

Primo punto fermo di questo percorso è stata la realizzazione appunto del disco Electric Creatures, che ha avuto una bellissima risposta sia di vendite e ascolti online. «Vorrei ricordare che tutto questo è stato in parte documentato nel film “Cose che non si assomigliano neanche” di Giorgio Casotti, dedicato ai 10 anni del Festival Aperto. Nel film ci sono diverse scene del mio concerto al Valli fatto nel settembre 2018, dove ho ufficialmente presentato l’album. Forse il concerto più bello della mia carriera».

Continuando per la sua direzione, da ultimo ha pubblicato su BandCamp un singolo scritto da Brian Eno e David Byrne nel 1981, “Solo Guitar with Tin Foil”. All'orizzonte, al di là di alcuni lavori e idee di progetti in sospeso con autori italiani come Maurizio Azzan e Giulia Lorusso, ha in cantiere un ambizioso progetto legato a Glenn Branca. —

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