Gazzetta di Reggio

Marchioni e l’arte dell’attesa: «La precarietà nel nostro Dna»

Fulvia Caprara

«Quando non si è in scena si studia, si legge, ci si prepara. Ai giovani costretti in casa consiglio di scoprire i capolavori di Ettore Scola»

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Fulvia Caprara

ROMA

In questi giorni difficili, riflette Vinicio Marchioni, «siamo tutti costretti a riscoprire le nostre reali necessità», a confrontarci con situazioni impreviste, a dedicarci alle cose che più profondamente ci appartengono. Per lui, ex-allievo di Luca Ronconi, esploso in tv grazie al ruolo del Freddo nella serie di Stefano Sollima “Romanzo criminale”, la reazione più naturale è stata recitare: «Vengo dal teatro, prima del successo della serie avevo fatto una decina d’anni di tournée, non potrei sopravvivere senza il rapporto con il pubblico». Un legame che oggi si arricchisce di significati: «È chiaro che lo spettacolo dal vivo è tutta un’altra cosa, però leggere testi su temi che, in questo periodo, hanno un senso particolare, penso possa essere utile». Nell’ambito dell’iniziativa web «Firenze Tv», promossa dalla Fondazione Teatro della Toscana, Marchioni ha appena interpretato alcune pagine tratte da Vita di Eduardo di Maurizio Giammusso: «Sono quelle in cui De Filippo racconta l’occupazione nazista di Roma, periodo in cui, a lui e alla sua compagnia, fu chiesto di fare spettacolo per i soldati tedeschi. Da una parte non potevano sottrarsi, dall’altra, accettando, rischiavano di passare per collaborazionisti».

Della pratica teatrale, prosegue l’attore, fanno parte i periodi di pausa, simili a quelli che adesso siamo tutti costretti a praticare: «La fortuna di chi fa il mio mestiere è che, per costituzione, siamo abituati a lavorare 4 o 5 mesi ogni anno e poi a stare fermi. La precarietà è nel nostro Dna e oggi ci aiuta a vivere. Quando non si è in scena, si studia, si legge, ci si prepara». Un tipo di allenamento molto diverso da quello richiesto dal cinema: «La mia sensazione è che fare cinema significhi stare sempre in mano a chi ci sceglie, dipendere dalla semplice fortuna che un film può avere rispetto a un altro. Un lavoro cinematografico comporta tanti filtri, più di uno spettacolo teatrale».

Poi succede che un unico ruolo, come quello del Freddo, trasformi un bravo attore in una notorietà: «L’uscita di “Romanzo criminale” mi ha proiettato, in un attimo, dall’anonimato all’essere sulla bocca di tutti. Uno shock. Abito da moltissimi anni a Roma Nord, conosco da una vita la gente che sta lì, ho capito che qualcosa era cambiato quando ho notato che quelle stesse persone avevano iniziato a guardarmi in un altro modo. A quel punto è importante non assecondare troppo le luci della ribalta, bisogna proteggersi». E in questo Marchioni non ha difficoltà: «Un attore deve farsi vedere quando lavora, se il pubblico ti vede tutti i giorni, si abitua alla tua faccia. È un ragionamento che vale anche per i social, io ci sono, ma provo a mantenere un equilibrio».

Se non fosse scoppiata l’emergenza coronavirus sarebbero usciti, più o meno in questo periodo, “Il terremoto di Vanja”, di cui Marchioni è regista e interprete, e “Governance”, di Michael Zampino, in cui recita nel ruolo dell’amico tradito di un pescecane del mondo petrolifero (Massimo Popolizio). C’è poi il tempo, nelle settimane di forzata clausura, per colmare lacune, per vedere e rivedere le opere che hanno lasciato un segno: «Se devo dare un consiglio penso a Ettore Scola, i suoi film sono capolavori assoluti, da “C’eravamo tanto amati” a “Dramma della gelosia”, da “Brutti sporchi e cattivi” a “La cena”, riguardarli è un modo per scoprire quanto sia stata forte l’impronta della commedia all’italiana in tanto cinema internazionale. Andando in giro ho notato che tanti giovani non conoscono quella stagione del cinema e questo contribuisce a un generale appiattimento culturale, significa non sapere nulla della storia del proprio Paese». —

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