Coronavirus, nel villaggio l’assillo della sirena: nessuno si salva da solo
REGGIO EMILIA. È l’assillo della sirena che non ha più nulla da infrangere. L’assenza d’altri rumori, brusii o frastuoni fa da cassa di risonanza all’urlo delle ambulanze dentro l’occhiaia e l’orecchio della città. La sirena strazia l’aria. Contatele, le sirene. E contate i vostri pensieri che inciampano sulla scia di quelle corse all’ospedale. L’immaginario di chi è chiuso in casa prosegue la conta: un altro malato ancora, un altro malato ancora, un altro malato ancora.
Ecco perché l’immaginario collettivo è potente, e ci salverà. L’immaginario è la macchina del pensiero nella quale la realtà viene rappresentata in assenza di essa. Ora la realtà è assente perché è incomprensibile, ci sta soverchiando, il dramma è globale, perché la paura va oltre la nostra statura. L’invincibilità del morbo e il nostro immaginario collettivo – che vincerà – si sono affrontati venerdì sera a Roma. Nel deserto della piazza della cristianità. Siamo testimoni di un disastro della storia. Dis astrum, cattiva stella.
L’immanenza del virus e la trascendenza del sacro: le sirene delle ambulanze che sfrecciavano in via della Conciliazione o in via di Porta Angelica, mentre Papa Francesco impartiva la benedizione eucaristica Urbi et Orbi e le campane di San Pietro suonavano a distesa.
Il suono divino secondo un’antichissima consuetudine caccia la peste, pestem fugo. In tempi contemporanei serve il rumore degli uomini – tutti insieme – per combattere. Venirne fuori.
Ciò che fino a ieri era retorica, ora è semplice verità, è il formulario della speranza: nessuno si salva da solo. Lo ha detto il Papa sotto la pioggia, l’altra sera commentando il Vangelo di Marco, il disorientamento dei discepoli sulla barca sorpresa dalla tempesta. Lo dice la scienza, lo pretende la politica alta (quella bassa è di ceppo medievale, incapace di comprendere l’universalità della partecipazione, della risposta). Il morbo mette in crisi l’ultima sistematica produzione del mondo, una gamma di egoismi, voglie di confini, frenesie di primato, imbarbarimenti dell’intelligenza, guerre per il guadagno. Le sirene quotidiane chiamano al contrario, alla partecipazione orizzontale (tutti uguali, se possibile anche per i tamponi) davanti a una sconfitta. Che non riguarda la morte di uno, ma di una moltitudine. La notizia del lutto è collettiva, la morte è comunitaria.
Va riletto al riguardo il caposaldo della letteratura nordamericana. Il mio è un invito certamente retorico, ma ora “nuovo”. Sfogliate l’Antologia di Spoon River che Edgar Lee Masters scrisse nel 1915. Dal cimitero sulla collina, fa raccontare ai defunti le loro vite e i loro trapassi. Morti, già cittadini di un piccolo, piccolissimo paese immaginario. Sobrio come le esistenze dei protagonisti che l’autore tratta all’antica, come epitaffi dell’antica Grecia, scolpiti nel marmo e tragici, eppure umanissimi. In un’edizione l’insuperabile Fernanda Pivano ne cavò lo spirito: “Solo le anime semplici riescono a trionfare nella vita: questo pare essere il messaggio estremo del libro...”. L’avvio: “Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley, l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso? Tutti, tutti dormono sulla collina”.
È una sequenza di anime semplici, che ora nella cronaca accatastiamo nel dolore: la parrucchiera, il volontario, il medico del paese, l’insegnante elementare, il portalettere in pensione, la sarta, lo studente, l’infermiere, il prete, la cassiera, il formaggiaio, l’industriale, l’operaio, di Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Madrid, Parigi, New York... Tutti, tutti dormono sulla collina. E ognuna è una vita da raccontare. Uguali.
E in tanta solitudine di morte – perché i malati di coronavirus trapassano in solitudine – è vitale l’unità: nessuno si salva da solo e diventano vecchi arnesi le disparità sociali, economiche. Siamo uguali nel fare la spesa, partecipare al sostegno della ricerca e dell’assistenza, osservare le regole, rispettare i valori, difendere il genere umano. Che non può essere infranto dall’assillo della sirena. —
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