Reggio Emilia, una coreografia “fatta in casa” per i danzatori di Aterballetto
Il direttore generale Cristoforetti: «Ognuno darà il suo contributo senza mai incontrarsi con gli altri»
REGGIO EMILIA. «Noi di Aterballetto vogliamo dedicare questo video a tutti i danzatori e gli artisti che in questi giorni sono in casa e non sul palco. Noi stiamo bene. E ci auguriamo anche voi. Ora restiamo tutti a casa per tornare a danzare di nuovo nei nostri teatri». Così, vale a dire, #wedanceathome, la nostra compagnia di danza entra nelle nostre case in questo periodo di quarantena.
Anche se chiusi in casa, la loro creativitàdei danzatori non si arresta. Ma è solo cominciata in quanto Aterballetto desidera regalare al pubblico un altro tipo di lavoro: una coreografia reale, il cui concept è legato alla situazione che stiamo vivendo. Per questo, come ci spiega il direttore generale Gigi Cristoforetti, sarà una creazione unica, speciale.
Direttore Cristoforetti, che cosa può fare un artista in questo particolare momento?
«Apprezzo sinceramente chi mette in streaming opere meravigliose del passato. Ma oggi sento quel passato davvero lontano. L’arte racconta i tempi, e rappresenta la risposta dell’artista, con lo sguardo acuto che gli compete. Quelle opere vivono un contesto di relazione e di perfezione tecnica. Purtroppo oggi la prima ci manca dolorosamente, e l’altra è impossibile da raggiungere, date le condizioni. Parallelamente, mi diverto a vedere i video dei nostri danzatori e di mille altri artisti che ci mostrano l’allenamento quotidiano, oppure, perché no, il libro che stanno leggendo».
Occorre concentrarsi sul concetto di creazione ma… al tempo dell’isolamento, come si può creare?
«Creare non è come da raccontare. Implica una risposta, essere attivi e non passivi di fronte al tema. E richiede un’invenzione originale. Per noi, nella danza, c’è una complicazione in più. Il corpo e la relazione dei corpi. Il senso del collettivo, perché una coreografia è come un collage, ma vivente. Bene, ho voluto accettare la sfida. Stiamo creando un’opera danzata, che è collettiva, ha come “compositore” un coreografo, ha dei costumi e una musica. Ma nessuno si incontra».
In che modo si svolge?
«Intanto deve valorizzare i danzatori, e al tempo stesso configurarsi come una “creazione” e non una “narrazione”, così ho provato a immaginare una coreografia collettiva, per 16 danzatori, ciascuno dei quali isolato. Quindi ho identificato un coreografo, Diego Tortelli (sta a Milano) e una regista video, Valeria Civardi (a Torino).»
Come stanno lavorando?
«Il coreografo ha ideato una struttura coreografica unitaria, e la sequenza con cui si succederanno i soli (con qualche duetto: qualcuno dei miei danzatori convive) dei singoli interpreti. E stabilisce i costumi, come la musica, mentre la regista stabilisce ogni inquadratura e ambientazione (tutti sono comunque tenuti a danzare esattamente a 2,5 metri dalla camera) attraverso un “sopralluogo” in videochiamata nelle singole case, giardini, garage, o dove ciascuno ambienterà il proprio pezzo. Ogni pezzo si conclude con una sequenza di movimento che viene ripresa nel pezzetto seguente. Alla regista è naturalmente demandato il montaggio».
Il risultato?
«Un’opera danzata di circa 25 minuti, per 16 danzatori. Senza che nessuno si sia incontrato. Sarà composta da una quindicina di pezzi divisi in tre gruppi e il “lancio” del primo è già fissato per il 16 aprile su Facebook, Instagram e sul sito di Aterballetto. Il mezzo video non ha la funzione di testimoniare quest’opera coreografica ma la incarna. La rende viva e la colloca in questo tempo».
Così presentato, ci appare un progetto legato a un preciso momento come altri che sono stati creati recentemente alla Fondazione Nazionale della Danza.
«Spesso ho cercato progetti che mettessero la danza in relazione sempre più stretta con un tempo preciso, e con determinati temi che ci appartengono. Appartengono non alla nicchia della danza ma all’intera società, e senza mai dimenticarne le fasce più fragili. Abbiamo creato per bambini, direi con i bambini, e con i disabili».
Oggi, per l’isolamento, creiamo negli appartamenti.
«Per affermare che l’arte non si paralizza. Se non riusciamo a camminare ad incontrarci ci sentiamo persi… figuriamoci un artista! Occorre dargli un modo per garantirgli il suo ruolo dentro ad un momento specifico, poiché l’arte deve donare delle tracce, delle speranze, per poter uscire almeno simbolicamente da questo terribile horror vacui».
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