La proposta musicale di Fabrizio Tavernelli: un tempo che sembra un’Apocalisse
«Potrebbe essere l’ultimo manufatto prima dell’estinzione dell’umanità, cosa resterà delle opere della nostra specie?»
CORREGGIO. Prove tecniche di futuro. O forse di profezia. Poche settimane fa è uscito “Homo Distopiens”, l’ultimo disco del cantante e compositore correggese Fabrizio “Taver” Tavernelli. Un nome storico del rock (e non solo) italiano a partire dagli anni ’80, fondatore prima degli En Manque Daltre e poi degli Afa, Acid Folk Alleanza, il suo progetto più conosciuto e amato. Gli Afa con cui nel 1995 prese parte a Materiale Resistente, l’amatissimo e celebratissimo evento musicale dedicato alla Resistenza andato in scena a Correggio, nato proprio da un’idea dello stesso Taver. Da anni è impegnato come solista e l’ultimo frutto si chiama “Homo Distopiens”.
Già il titolo gioca sui rischi evolutivi e su possibili scenari futuri cupi, distopici. Fantasie di Apocalisse che l’arte da tempo prova a immaginare e disegnare, con musica, letteratura, cinema. Oggi ne vediamo cartoline complete, in metropoli deserte, in strade desolate e in figure bardate con mascherine, caschi e protezioni assortite.
Il disco di Tavernelli è stato concepito e inciso prima della crisi, ma per certi versi è uno specchio perfetto dell’oggi. Lo è nel concetto di fondo, lo è nei testi e lo è nelle musiche, in cui la parte più classicamente rock si unisce a componenti sintetiche molto marcate. E d’altronde, anche l’elettronica è una storica passione di Taver, coltivata con diverse sigle e tanti compagni di viaggio. L’album è uscito non solo in versione digitale ma anche con una bella confezione cartonata, con un libretto elaborato, in cui ogni testo e ogni dettaglio sull’opera è pubblicato sopra immagini “distopiche”. E già la copertina, con Tavernelli legato e imprigionato, offre un’anteprima dell’interno. Rimane l’opera, nella sua fisica concretezza.
Dopo mezzo secolo di collezioni di dischi, oggi la musica è fruita più che altro in formato digitale, l’isolamento attuale ci conduce sempre di più verso ascolti e visioni digitali, tramite supporti informatici. Ma basterebbe una centralina rotta per togliere connessione. In ogni senso. Il disco, invece, rimane ugualmente.
«Questo potrebbe essere l’ultimo manufatto prima dell’estinzione dell’umanità. Al di là delle iperboli, questa frase ci pone davanti a diversi interrogativi: ci servono ancora i supporti in un modo immateriale e digitalizzato e soprattutto cosa resterà delle opere umane nel caso non remoto di una Apocalisse?», si chiede Tavernelli.
La sua riflessione parte da visioni piuttosto fosche sul destino dell’umanità, legate in prima battuta ai rischi ambientali. Aggiungere oggi al quadro l’epidemia rende il tutto ancora più immediato e comprensibile. In un certo modo siamo intenti a scrivere, sceneggiare, comporre la contemporaneità mentre si dissolve. Dopo l’Antropocene rimarranno solo le specie capaci di sopravvivere in condizioni di vita estreme, ci saranno mutazioni, ritorneranno virus rimasti congelati per millenni, forse rimarranno solo le macchine, i robot che già stanno sostituendo gli umani in un mondo governato dagli algoritmi, ragiona Taver. L’homo sapiens è arrivato alla sua fine? E toccherà poi all’homo distopiens, abbreviabile in “Hd”, l’alta definizione di cui tanto si parlava. E che ora è stata abolita dai canali tv web, perché consumava troppa banda e bloccava la trasmissione del messaggio per tutti.
Al dipinto di Apocalisse di Taver hanno contributo i musicisti che da tempo collaborano con lui, il batterista Lorenzo Lusvardi, il chitarrista Marco Santarello, il bassista Marco Tirelli, il tastierista Alessandro De Nito oltre a diversi ospiti, come il violista Osvaldo Loi, il trombettista Simone Copellini e il coro della cappella musicale San Francesco Da Paola di Reggio, chiamato a intonare un particolarissimo “Adeste Fideles” nel brano “Oumuamua”. —
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