Gazzetta di Reggio

«Perché suoniamo dai balconi? Per fare vedere che esistiamo adesso che siamo solo numeri»

Giulia Bassi
«Perché suoniamo dai balconi? Per fare vedere che esistiamo adesso che siamo solo numeri»

Monica Maccaferri, musicoterapeuta, commenta la voglia di esserci sul terrazzo o sul web: «La gente non teme più di essere giudicata perché è più forte in noi l’esigenza di essere riconosciuti» 

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REGGIO EMILIA. Le ripetute esibizioni strumentali e canore dai balconi di qualche settimana fa, i video che imperversano nel web in questi tempi di Coronavirus, fanno riflettere sul ruolo e la funzione dell’arte dei suoni. «Ma la musica da sempre ha il potere di curare l’anima, lo sappiano dai tempi di Orfeo – commenta la musicoterapeuta fondatrice del Centro di Musicoterapia “Il Cervello Sinfonico” di Novellara Monica Maccaferri, una realtà unica nella nostra regione e non solo –. In una società chiusa dove oggi più che mai la socialità non può esprimersi se non on line: per fronteggiare questa crisi grave, non potendoci frequentare vale a dire quindi realmente comunicare, abbiamo riscoperto la funzione più antica della musica: quella di curare se stessi e gli altri pur mantenendo le distanze fisiche che ci vengono imposte. Quindi imbracciamo (anche se non sappiamo suonare) i nostri strumenti come lo sciamano il suo djembé per comunicare ma soprattutto per guarire».

In che senso?

«Lo sciamano curava a distanza, in quanto il potere della musica va al di là della potenza fisica, attiva altri circuiti. Il suonare di questi giorni è come cercare una sorta di autoguarigione della nostra anima, poiché nessuno ci può curare all’esterno delle nostre mura. Mettersi al balcone e fare vedere che esistiamo in una società dove adesso si è solo numeri, ci far stare meglio. Tra l’altro suoniamo per il vicino richiamando la sua presenza, magari fino al giorno prima non sapevamo chi era. Il fatto è che non posso urlare alla finestra per esprimere la mia angoscia o la nostra tristezza perché potremmo apparire dei pazzi e allora usiamo la musica per farci riconoscere come individui».

C’è questa voglia di creare dei suoni, perché così non possono ignorarci…

«Così l’altro può rispondere in modo uguale e diverso al tempo stesso, incontrando il bisogno che abbiamo tutti di esprimerci. Questo “sentire” fa sì che la gente non si vergogni, non tema di essere giudicata, perché siamo oltre il giudizio, essendo più forte in noi l’esigenza di esser riconosciuti come persone, quella che ci offre la musica in queste situazioni. Un potere che non ha la pittura… invece se intono tre note gli altri si collegano con me. Basta un solo accordo che vuol dire: ti dò la mia persona e ti dico io sono qua».

Qualcuno invece dissente: “Con tutta la gente che sta morendo, non è il momento di cantare e ballare”, è stato detto.

«Ma se la musica mi fa stare meglio e sento il bisogno di essere ascoltato? Chi giudica e vieta ha una visione molto individualista e intransigente. Se per qualcuno il rispetto del dolore è chiudersi in se stessi ci sta, ma io posso esprimermi diversamente. La situazione che stiamo vivendo ci sta regalando nuove percezioni. Paradossalmente anche quella del silenzio».

In che senso?

«Il silenzio in questo periodo ha dei significati che non aveva antecedentemente alla quarantena. Adesso stiamo bene con il silenzio, ma nelle prime settimane è stato terribile. Irene, una bimba sorda (lavoro molto con i non udenti proprio attraverso la musica ottenendo risultati incredibili) mi ha detto che il silenzio è la musica quando non c’è».

Dunque il potere terapeutico della musica che comprende svariati aspetti. Quali sono dottoressa Maccaferri i suoi ultimi studi?

«Oltre a portare avanti studi che riguardano l’importanza di cantare per superare le difficoltà di linguaggio dei bambini autistici, nell’ambito dell’associazione Anemos diretta dal dottor Marco Ruini mi dedico allo studio delle neuroscienze per dare sempre maggiore scientificità alla musicoterapia. Tra le mie ultime riflessioni che pubblico sulla piattaforma neuroscienze.net una riguarda coloro che offrono di allucinazioni uditive. Sono arrivata a constatare in particolare che l’area del cervello che si attiva quando sentono quelle voci è la stessa che si attiva a livello neurofunzionale di quando io suono uno strumento, o canto. L’ho capito, osservando tanti pazienti che ascoltano volentieri musica con le cuffie: la musica li distrae, mi dicono tutti. E ho immaginato che un conto è ascoltare la musica un conto è farla, quindi suonare li possa far star bene e in un certo senso tenere a bada l’invasività delle allucinazioni uditive. Da qui lo studio di protocolli proprio per questo tipo di pazienti che dà spazio alla pratica musicale».

In un recente passato ha brevettato il “Libro di Léonard”: che cos’è?

«Un software che nasce dall’esigenza di disporre di uno strumento interattivo in grado di fornire un’ampia gamma di situazioni-stimoli, suoni-rumori di alta qualità per capire come i soggetti con deficit neurosensoriali (sordità o cecità) o neuropsicologici (autismo ad esempio) accolgono gli stimoli sonori, come li elaborano e che uso ne fanno nella realtà quotidiana con l’obiettivo di potenziare i processi di apprendimento e la relazione con il mondo esterno. Ogni libro è progettato sul singolo bambino che lo andrà ad utilizzare e quindi semplice nel suo utilizzo ma complessa la parte della programmazione». —




 

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