I 100 anni di Gianrico Tedeschi Un destino d’attore nato nel lager
ROMA
Ieri Gianrico Tedeschi ha compito cent’anni. Precede di poche lunghezze Franca Valeri, che taglierà il medesimo traguardo il 31 luglio. Tedeschi ha festeggiato a Pettenasco, nella propria casa ingombra di copioni e di ritratti a matita affacciata sul lago d’Orta. Al suo fianco la moglie Marianella Laszlo.
Sono trascorsi cinque anni da quando ha lasciato il palcoscenico. Interpretava con Ugo Pagliai la commedia di Franco Branciaroli “Dipartita finale”. Recitava sardonico e stralunato, ma con la certezza che quello sarebbe stato il suo ultimo colpo di gong. Per settant’anni aveva recitato tutto il recitabile: la tragedia, il dramma, l’operetta, la commedia, la farsa, il musical; con quella sua voce melodiosamente rugginosa aveva doppiato i grandi del cinema; lui stesso aveva praticato il set entrando di sguincio in una quarantina di film; in tv aveva fatto Carosello, gli sceneggiati, il varietà. A 95 anni poteva anche smetterla di giocare con sé stesso, con il teatro, con la vita. E pensare che da ragazzo, a Milano, in quella casa di ringhiera con il bagno sul ballatoio, studiava per diventare maestro elementare. Quando scoppiò la guerra combatté da sottotenente in Grecia, nel ’43 fu fatto prigioniero e spedito in campo di concentramento. Suoi compagni di prigionia furono Giovanni Guareschi, Alessandro Natta, Roberto Rebora, Giuseppe Lazzati. Di quei campi ricorderà la fame. C’era chi staccava dal letto una scaglia di legno per succhiarlo, sostenendo che il legno fosse nutriente. Qualcun altro si gettava contro il filo spinato sperando di venire ucciso dalle guardie. «La fame ti fa impazzire» ricordò. Lui non impazzì grazie al teatro. Nello zaino aveva qualche libro. C’era anche l’Enrico IV di Pirandello. Organizzò una recita per dimenticare la fame e salvare la vita. Alla fine della recita Rebora gli disse: «Sei un attore nato». Liberato dagli scozzesi, invece di riprendere gli studi al Magistero di Milano se ne andò a Roma per frequentare l’Accademia. Diventò l’attore che si accendeva la sera sul palcoscenico, mentre di giorno era l’uomo silenzioso che camminava avvolto da una enorme sciarpa per proteggere la gola e leggeva Bernard Shaw, Mark Twain, l’amato Wodhouse. Lavorò con i maestri del ’900, Strehler, Visconti, Orazio Costa, Squarzina. Affrontò i personaggi più disparati, da Arlecchino al Peachum dell’Opera da tre soldi, ma ogni volta con uno stile «semplice, buttato via, moderno»: tre aggettivi che hanno dato il titolo al libro di memorie che l’anno scorso ha dettato alla figlia Enrica per l’editore Vella. In quelle pagine si legge la gratitudine verso i compagni di lavoro, che gli hanno insegnato sempre qualcosa, e si trova il principio che ha fatto da cardine a 70 anni di lavoro: «L’inizio in prigionia mi ha dato il senso della comunità e l’idea che il teatro parli della società criticandola, mostrando il marcio con ironia».
È l’atteggiamento con cui Tedeschi, ormai vecchio, ha potuto affrontare di slancio le prove capolavoro della sua carriera: “Il riformatore del mondo” di Thomas Bernhard con la regia di Maccarinelli e “La compagnia degli uomini” di Edward Bond con la regia di Ronconi. In fondo, doveva giocare col marcio del mondo, così come non smette di giocare oggi, quando nel silenzio di Pettenasco domanda: «Che piazza abbiamo stasera?». —
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