I tesori e le raccolte della Biblioteca Panizzi tra “Le Meraviglie” di RadioTre
A raccontarli lo storico Massimo Raffaeli: «Negli anni ’80 era già una biblioteca all’avanguardia»
REGGIO EMILIA. Tra i luoghi cittadini che in questi giorni di quarantena mettono tristezza, troviamo via Farini e precisamente l’entrata della Biblioteca Panizzi. Caratterizzata normalmente da un movimento costante e da presenze assidue di giovani e studenti, ora anche lì è tutto vuoto e deserto. Ma è possibile rivocare l’atmosfera esterna ed interna della nostra Biblioteca, riascoltando la trasmissione radiofonica che Massimo Raffaeli ha condotto qualche settiana fa per “Le Meraviglie” di RadioTre a cura di Federica Barozzi.
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I ricordi
Il noto scrittore e critico letterario marchigiano con la sua voce calda, leggermente rauca, e l’eloquio di chi sa raccontare e gode della narrazione senza autocompiacersi è riuscito a raccontare la Panizzi in modo esemplare per la ricchezza di sfumature espressive.
«La frequentavo dagli anni ’70, quando studiavo a Bologna e poi per tre anni dal 1985 al 1988 ho abitato a Reggio Emilia. Quindi possono considerarmi reggiano d’adozione. Mi aveva stupito il fatto che godesse di una fama molto scarsa, ma fin da subito io non ero stato d’accordo; alcune zone rivelano imprevista scorci di bellezza. Per me negli anni ’80 entrare alla Panizzi sembrava di entrare in una biblioteca scandinava per il tipo di organizzazione con gli scaffali aperti, un’emeroteca aggiornatissima e soprattutto il fervore che mi ha trasmesso quel luogo, sinonimo di autentica civiltà. Allora non potevano concorre su questo piano né le biblioteche di Bologna, tantomeno quelle di Roma e Milano. Era anche un posto fresco d’estate. Ricordo la prima volta che sono rimasto colpito dalle rastrelliere intasate di biciclette come si vedevano girando per Londra. E ancora: gli orari molto ampi anche nel periodo estivo, l’apertura del servizio di fotocopie, la sala manoscritti e quella della pubblica lettura».
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I tesori
«Non posso non citare – continua Massimo Raffaeli – le raccolte, tesori di straordinario valore che dopo trent’anni si sono fortemente incrementati: le stampe di Dürer, l’opera di Aldo Manuzio, il fondo Boiardo - Ariosto, quello di Cesare Zavattini; il prezioso trattato “De Prospectiva Pingendi” di Piero della Francesca».
Le esperienze
Quella di Raffaeli è una voce radiofonica nota: per “Le Meraviglie” ha parlato dello Stadio Dall’ara di Bologna, della casa natale del pittore marchigiano Osvaldo Licini, del cimitero Casarsa, e inoltre per Wikiradio ha ricordato con straordinaria pregnanza e profondità Pier Vittorio Tondelli. Il suo racconto sulla Panizzi è fatto di potenti sottolineature che riguardano lo spazio, i contenuti ma anche la storia dell’edificio partendo dall’illustre fondatore, per rispecchiarsi su osservazioni più ampie riguardanti la città; si serve di parole bellissime, per cui fa bene ascoltarlo, poiché sicuramente accresce la nostra autostima. Alla Panizzi, Raffaeli ci dice con autentico entusiasmo che ha approfondito l’opera di Silvio D’Arzo e ha alimentato la sua passione per la fotografia.
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Amici reggiani
«Negli anni ‘80 era ancora vivo Ghirri, uno degli amici più cari della mia vita e adesso quando ritorno a Reggio Emilia, quasi sempre una o due volte all’anno, frequento Franco Camparini, fotografo dalle qualità straordinaria che ho eletto mio Virgilio; con lui ho lavorato alla mostra “Camere separate. I luoghi di Pier Vittorio Tondelli” realizzata a Correggio e ad Ancona; inoltre ha fotografato la Biblioteca Panizzi per la trasmissione».
Fotografia
«A proposito di fotografia – continua Raffaeli – desidero ricordare la stupenda mostra “Paul Strand e Cesare Zavattini Un Paese”, che è stata nel contempo un’esperienza storica e sociale, un modo per capire come poter stare dentro la realtà con un impegno civile manifestatosi negli autori che hanno raccontato del paese quello che non si vedeva. In definitiva Reggio Emilia, come set naturale, continua ad offrirmi una serie di disponibilità culturali di grande ricchezza, diventando una storia che si incarna. Tutte le volte che torno mi trovo a casa e non da ultimo ci sono persone cui voglio molto bene». —
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