«E se a Reggio proponessimo la fruizione culturale di cittadinanza a un solo euro?»
Il direttore della Fondazione Danza torna sul tema dell’Arte Pubblica quando ogni espressione artistica è vietata in pubblico «La cultura è un imprinting fondamentale di una società che rialza la testa». Collaborazione di tutta la città e della Regione
la lettera
GIGI CRISTOFORETTI*
E se parlassimo di Arte Pubblica? E cioè del contributo degli artisti, visto però dai cittadini. Per comprendere esattamente cosa sia l’arte pubblica, pensiamo alle chiese, prima che ad ogni altra sua incarnazione nella storia. Luoghi dove dei valori (ma anche un potere, naturalmente) erano celebrati attraverso l’arte, e questa era “pubblica”. E cioè messa a disposizione di tutti i cittadini.
L’arte pubblica “attraversa la strada” del cittadino, e ci vuole raccontare un pensiero e un momento storico. E aggiungere bellezza al proprio tempo. Quant’è importante, questo aspetto, in un momento di crisi?
Non credo che sia possibile proiettarci nel nostro futuro solo attraverso gli strumenti della tutela sanitaria ed economica. Questi sono la base, il centro di gravità. Ma se annichiliamo la certezza che l’uomo sa creare bellezza e raccontarla in una poliedricità di stati d’animo, tra i quali il piacere della ritualità collettiva, la storia c’insegna che siamo finiti come società. Diventiamo veramente quelle monadi isolate che per ora non siamo, se non fisicamente. Se Europa non mette in comune speranza e bellezza, ma solo problemi e conflitti, è già finita. Banalizzando: l’arte è la felicità del sentimento, come lo sport è quella del fisico. Non vediamo l’ora di rimettere lo sport – praticato o meno - nelle nostre vite, ma attenzione al ruolo dell’arte e della cultura.
Sì, ho una proposta concreta, non desidero dissertare sui massimi sistemi. E parte dalla constatazione che nulla va considerato, pensato e organizzato in termini di riproposizione. Se avevamo in programma un grande spettacolo, l’importante è non trasformarlo ora in uno piccolo. Se avevamo in testa un grande festival, o una grande mostra, certo potremmo farne uno dimezzato, ma tutto ciò ci riporta al limite, alla difficoltà, alla perdita.
Dobbiamo, e credo che Reggio Emilia possa essere una città pilota, rilanciare, inventare, guardare davvero ai cittadini e alle nostre risorse creative. Perché Reggio Emilia può tracciare la strada? Semplice, perché abbiamo il privilegio, noi istituzioni culturali, di lavorare accanto a chi (in primo luogo assessori regionali alla cultura come Felicori e prima Mezzetti, e il sindaco di Reggio Vecchi) crede nella cultura come chiave di sviluppo. E poi grazie al fatto che le maggiori istituzioni sono in sintonia, praticano e teorizzano la collaborazione. I Teatri, Palazzo Magnani, l’Istituto Peri e la Fondazione Nazionale della Danza si pensano come sistema. A patto di non preoccuparci soltanto di ricalcare gli schemi del passato.
Soprattutto, non ha senso che facciamo qualcosa come attività di bandiera. Concentriamo, più che mai, le risorse su ciò che è importante. Direi che è una responsabilità precisa nella gestione dei fondi pubblici. Ciascuno, naturalmente, declinerà in maniera diversa. Per noi della Fondazione Danza il concetto di “creazione a distanza” è diventato fondamentale. Ma non è un palliativo, è il modo con cui siamo davvero presenti e visibili (e con noi Reggio) su scala nazionale e internazionale. Addirittura più visibili che se non avessimo avuto in programma, il 29 aprile su RAI 5, una “prima” assoluta della nostra (vide) creazione coreografica in quarantena. Se non avessimo diffuso ovunque e per primi il “saluto” dei nostri danzatori.
Ma in città? Per il “dopo” abbiamo bisogno di «un nuovo paradigma di esperienza, più intensa e culturalmente coinvolgente» ci dice Giovanna Barni, in un suo pezzo su Art Tribune. E allora andiamo alla sostanza della ritualità collettiva, e scopriremo che non è necessario essere in mille nello stesso luogo e momento. L’importante è che in mille incontrino quello che vogliamo raccontare, e la sua dimensione estetica. Con Paolo Cantù e gli altri protagonisti della scena culturale di Reggio ci impegneremo per inventare qualcosa che abbia queste caratteristiche: che sia esteticamente ed emotivamente indimenticabile, come lo è (con una diversa valenza) questo momento. E non solo con loro: il prossimo progetto video della Fondazione Danza vede la partecipazione dell’orchestra “Arturo Toscanini” e della Collezione Maramotti. E se invece di dieci spettacoli diversi ce ne sarà uno su cui investire quelle stesse risorse, e se invece di una sola replica ne dovremo fare dieci, bene, questo è ciò che credo si debba fare. E sono sicuro che stavolta troveremo mecenati e sostenitori, come se ne sono trovati per l’emergenza sanitaria.
Ma la mia vera proposta arriva ora, e ha solo apparentemente il senso del paradosso; in realtà è soprattutto un’esemplificazione di ciò che può essere “arte pubblica”. E suonerà un po’ come il piccolo whatever it takes della cultura. Queste operazioni che faremo nascere qui a Reggio, così direttamente generate dal momento specifico, potrebbero essere gratuite; o meglio, con biglietto simbolico di un euro. Garantendo con fondi ordinari e straordinari due cose fondamentali: gli incassi di base degli stessi teatri e musei che apriranno le loro porte. E una “fruizione culturale di cittadinanza”. Ma il vero obiettivo è che sia percepibile, anzi, gridato e inciso sulla pelle dei cittadini che vi si riverseranno, che l’arte è pubblica, e che la cultura è un imprinting fondamentale di una società che rialza la testa. E in particolare di quella Italiana. E Reggiana, se partiremo da qui. —
Aterballetto
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