Gazzetta di Reggio

Una invocazione musicale 

Il mitico “Hallelujah” di Leonard Cohen diventa un’ode all’Appennino in video

Adriano Arati
Il mitico “Hallelujah” di Leonard Cohen diventa un’ode all’Appennino in video

Gigi Cavalli Cocchi e Marina Ligabue, con lo sbandieratore Lorenzo Leone, si esibiscono nei luoghi simbolo della montagna

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CARPINETI. Un’invocazione piena di natura, di montagna, di luoghi da riscoprire. Da pochi giorni, è visibile il video della versione di “Hallelujah” di Leonard Cohen – una delle canzoni pop più celebri dell’ultimo mezzo secolo – realizzata dalla cantante Marina Ligabue e dal percussionista Gigi Cavalli Cocchi, uno dei più conosciuti batteristi emiliani, al fianco di Ligabue agli esordi e poi nei Csi ai tempi di Tabula Rasa Elettrificata.

Il filmato è un’ode all’Appennino reggiano, grande protagonisti assieme alla Ligabue, a Cavalli Cocchi e a Lorenzo Leone, sbandieratore dell’associazione “Maestà della battaglia di Quattro Castella” che si esibisce in volteggi ed evoluzioni.

Gran parte del videoclip girato da Cristina Curati riprende gli artisti, rigorosamente vestiti di bianco, in luoghi simbolo della montagna, più o meno noti: la Pietra di Bismantova, le fonti di Poiano e il lungo Secchia fra Gatta e il Pianello e un punto misconosciuto quanto di enorme bellezza, le cascate delle Vene a fianco del torrente Tresinaro, a Carpineti. Un punto di notevole suggestione che Cavalli Cocchi – da anni proprietario di un’abitazione nella campagna carpinetana – ha scoperto nel 2019, ed ha deciso di sfruttare per le ambientazioni.

Il contorno è fornito da visuali aeree e dal basso del Crinale, del Cusna e delle altre vette al confine con la Toscana. Tutte le scene sono state girate lo scorso anno, ora è arrivato il momento della pubblicazione, in un periodo non casuale. In queste difficoltà, un’invocazione come lo splendido gioiello di Cohen può essere di aiuto.

Si parla di una delle canzoni più conosciute e re-interpretate da trent’anni a questa parte, il brano offre sempre garanzia di qualità ma allo stesso il rischio è di cadere nel già sentito, considerando che “Hallelujah” chiama in ballo, oltre allo stesso Cohen, anche uno dei giganti del rock, John Cale, e soprattutto la magica voce di Jeff Buckley, a cui si deve la versione forse più celebre.

Cavalli Cocchi e la Ligabue hanno scelto una versione a fortissima impronta percussiva. Sono i tamburi del batterista reggiano a governare l’impianto sonoro, non solo in senso ritmico ma pure armonico, e solo qualche effetto di post-produzione si è unito in seguito alla voce e alle percussioni stesse, molto efficaci nel cadenzare i crescendo emotivi del brano.

I due hanno già collaborato a lungo nel progetto “Matelda”, che sin dal nome rivela i richiami alla storia medievale locale ed in particolare alla figura di Matilde di Canossa, al centro del primo disco della band alcuni anni fa. All’epoca, per restare in tema appenninico, il videclip di lancio riprendeva i musicisti mentre si esibivano in una delle più note rocche matildiche, il castello delle Carpinete a Carpineti.

Ora ci si allontana di una manciata di chilometri, sino alle sponde fatate del Secchia e del Tresinaro e al colosso roccioso di Bismantova. Scenografie naturali utilizzate anche come strumenti, visto che in diverse occasioni Cavalli Cocchi usa come tamburi i sassi del corso d’acqua.

E poi, ovviamente, c’è appunto “Hallelujah”, tanto amato quanto poco compresa. Una composizione che nell’originale del 1984, nell’album “Various Positions”, è cadenzata, con i ritornelli potenziati da un coro femminile che richiama le inevitabili evocazioni religiose di una delle parole più usate nelle cerimonie dei culti di origine abramitica. Che Cohen parlasse poi di divinità o di estasi amorosa, non è mai stato chiarito.

Il successo vero arriva negli anni seguenti. Nel 1990 il maestro John Cale la interpreta per voce e pianoforte in un disco tributo a Cohen, fra gli ascoltatori c’è il figlio d’arte Jeff Buckley, che ricrea l’arrangiamento, sostituendo una chitarra spettrale alla tastiera, per il suo disco di esordio, “Grace”, del 1994. È quella lunga e straziante versione, figlia della spettacolare voce di Buckley morto pochi anni dopo, ad aver creato il mito. —




 

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