Tra citazioni d’antan e mascherine Lindo Ferretti torna con “Mal’aria”
L’artista e la pandemia: «Sui monti è il paradiso terrestre ma è come se l’angelo fosse già sulla porta»
REGGIO EMILIA. Non migliora l’aria dell’Italia e di Giovanni Lindo Ferretti. Pochi giorni fa il cantante e scrittore ha pubblicato il videoclip del secondo brano concepito nei mesi della pandemia. Il 24 marzo, nei giorni della massima emergenza, era uscito “Ora”. Adesso è il momento di “Mal'aria”, e il titolo anche in questo caso racconta già molto, a partire dal gioco di parole lanciato dall’apostrofo fra “Mal” e “Alaria”. A marzo la parte musicale era un’autorevisione, la ripresa dello strumentale “La lune du Prajou” inciso dai Csi nel 1994. Ora Ferretti si affida ad un amico storico e affidabile, Luca Rossi degli Ustmamò, da anni al suo fianco anche dal vivo, che costruisce una base principalmente elettronica.
Un tappeto su cui la voce del cantante di Cerreto Alpi declama, canta e sussurra, spesso ricoperta da effetti e distorsioni. Il video è figlio della contemporaneità, mischia estratti di filmati girati nei mesi scorsi da Martina Chinca nel Crinale appenninico, in particolare nella Cerreto Alpi dove Ferretti è tornato a vivere da decenni. Le altre immagini le ha fornite lo stesso autore, con foto e clip realizzati con tablet e cellulari in queste settimane di reclusione.
Il testo offre visioni e riflessioni, d’Apocalisse e non solo, fra citazioni d’antan (torna fuori anche “Vecchio scarpone”) e la contemporaneità dei guanti, delle mascherine e delle precauzioni forzata. Un racconto dell’oggi vissuto da una posizione per certi versi privilegiata, ma pure rassegnata.
A Cerreto Alpi il mondo non è cambiato così tanto con il contagio, pochissimi erano e pochissimi rimangono, e fra boschi, fossi e sentieri il rischio degli assembramenti, oggi la parola più in voga, è sempre stato molto vicino allo zero. Anche prima dei decreti ministeriali. Lo racconta lo stesso Ferretti introducendo il brano per la sua prima vetrina, la piattaforma culturale DoppioZero gestita da un altro vecchio amico, il giornalista reggiano Marco Belpoliti.
«Nei borghi, sui monti, dispiace dirlo tra tanto dolore intorno, è il paradiso terrestre ma è come se l’angelo stesse già posizionato sulla porta. La spada non l’ha ancora sguainata», inizia. Quelle appena passate sono state «giornate di una dolcezza allibita, d’improvviso una tristezza con connotazioni cosmiche le avviluppa, prepotente l’inquietudine s’addensa e manca l’aria: qualcosa non torna, lo sentono gli animali, lo sento anch’io».
Il qualcosa che manca è una canzone: «So cosa fare, devo scrivere, trasformare i pensieri in parole, prima un torrente tumultuoso che tutto raccoglie e cumula in bacino poi via via, selezionando e scartando, la riduzione ad un bacile: poche manciate d’acqua in cui rinvigorirmi, rinfrescarmi. Non conosco altro modo e funziona dal tempo dei Cccp. Emilia Paranoica è nata così e continua a sferzarmi ogni volta che l’intono».
“Mal’Aria”, rivela, avrebbe dovuto essere altro, un brano più poderoso e adatto ai concerti, ma i tempi hanno voluto altro: «Di questo testo avrei voluto farne canzone, da saltare e sbracciarsi e sudare sputacchiando (ops!) ne è uscita una cosa malsana giusto specchio di giorni in cui il lavoro a distanza, da casa, viene imposto e osannato ma ci sono cose che non si possono fare in solitudine né da postazione: l’amore o anche semplicemente certe canzoni. Bisogna almeno essere in due e vicini e darsi da fare». E proprio la collaborazione ha portato al titolo, lontano dall’idea iniziale. «Mentre lo scrivevo pensavo di intitolarlo fedele ma rimpallando con Luca email registrazioni iPad e frustrazioni ne è uscito Mal’aria».
Aria malsana, aria di malattie, di incertezze e di dinamiche globali che forse mai come ora sono apparse pronte a sgretolarsi. «Un tempo ignoto avanza / un drappello medico militare / cavalleria cinese, galoppa nella neve. / Presidio del contagio in terre d’Asia», è l’avviso. E l’Occidente sembra arrancare, l’Angelus solitario del Papa non amato ne è l’icona più chiara: «Basilica lucente, fuochi ardenti / piazza San Pietro immota / grigio piovigginosa / un Papa solitario officia / Urbe et orbi. Muove l’Impero di Mezzo / la Santa Sede siede, bimillenaria / Rus’ in disparte, Umma silente / i regni d’Occidente in caos / lungimirante, a scadenza. / Non pervenute altre istanze». E chissà quando ne arriveranno altre. —
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