Gazzetta di Reggio

Daniele Benati: «Esibirsi dai balconi? Non mi sembra il caso di farlo»

Giulia Bassi
Daniele Benati: «Esibirsi dai balconi? Non mi sembra il caso di farlo»

Lo scrittore racconta il suo rapporto con il Coronavirus: «Certo non mi ha dato una spinta creativa» 

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REGGIO EMILIA. L’avevamo contattato durante la quarantena Daniele Benati ma, in quei giorni terribili, ha preferito rimanere in silenzio. Ora che è arrivato il momento di incontrarci, cominciamo con il parlare dei suoi libri, un numero sterminato. «Non li ho contati ma facendo una media per scaffale, penso che siano sono circa 12.000». Praticamente tutte le pareti di casa sono tappezzate di volumi, giusto qualche spazio con i quadri del fratello Davide, quelli di un pittore russo che ama molto e un lungo scaffale di vinili con incisioni degli amati Bob Dylan e Leonard Cohen.

Appena prima della nostra chiacchierata un amico libraio di Carpi gli ha portato un libro raro di Bernard Malamud che stava cercando da anni senza speranza. Sembra un controsenso, ma la sua conoscenza della letteratura americana ed irlandese (e non solo) pur profonda non è libresca, è come se dagli autori si lasciasse “semplicemente” permeare.

Benati da nove anni ha terminato la carriera universitaria come docente di letteratura italiana dopo aver insegnato in Irlanda, a Boston (Harvard e Mit) e in Ungheria. «L’ultimo giorno del contratto è coinciso con il numero degli anni e dei giorni per poter andare in pensione. Non ci credevo: pur con un percorso articolato, fatto di pezzi sparsi, alla fine come un puzzle, tutto si è sistemato. In questi anni ho scritto su autori che mi piacciono, accantonando altri miei lavori, perché le cose, quando si scrive ti fanno capire loro se stanno andando da qualche parte».

Oltre ai recentissimi scritti dedicati a Raffaello Baldini e Luigi Malerba, si è dedicato alla traduzione di “Mi chiamo Irma Voth” della scrittrice canadese Miriam Toews e a quella di opere di Castle Freeman e Brian Friel; a quattro mani con Gianni Celati per Bur Rizzoli ha realizzato “Storie di solitari americani”, una preziosa antologia che racchiude quattordici racconti di scrittori americani. «Nel 2018 avevo terminato una seconda edizione dedicata ai racconti del ‘900 ma per questioni di accordi tra case editrici non si è fatto nulla».

In ogni caso i giorni di quarantena non hanno acceso la sua creatività. Anzi confessa di essersi molto preoccupato e di essere rimasto in attesa. «Subito l’ho presa sotto gamba, in quanto continuavo ad andare tranquillamente alla bocciofila di Scandiano anche ai primi di marzo fino a quando sono arrivate le notizie dal bocciodromo di Medicina che si era infestato. Allora ho cominciato a preoccuparmi, così mi sono messo in assoluta clausura (anche se non cambiava nulla praticamente stando sempre in casa). Ho capito la gravità, mi son fatto delle domande, perché pur senza fare il complottista, potevano nascere dei sospetti… Mi sono chiesto: chissà se dietro c’è una concertazione? In piena globalizzazione potrebbe accadere di tutto anche perché considero la storia della globalizzazione come qualcosa di vacuo, artificioso o un’enorme balla. Ma tornando alla situazione epidemia, ho visto diversa gente incrementare la loro creatività e il loro desiderio esibizionistico dai balconi o dai canali social. Non mi sembrava il caso farlo. E se dietro l’angolo ci fosse stata la catastrofe? Perché fare i furbi con il destino, mentre ci sentiamo intrappolati senza vie d’uscita? E se fosse stato già tardi? Nel 1933 gli ebrei in Germania non hanno fiutato subito il pericolo, infatti quando è arrivato non si sono salvati... Terribile è la sensazione di non avere vie di scampo: è questo il senso della catastrofe. Dunque il coronavirus ha peggiorato il mio stato umorale, anche perché mi sono trovato davanti a una massa di informazioni difficili da gestire; di certo sapevo che le notizie ufficiali giungevano a rate, come per edulcorare la pillola. Vedevo che la gente si fidava della parola di coloro che si presentavano come esperti, mentre io mi figuravo scenari diversi per cui, non sapendo la verità e non avendo voglia di scoprirla, ho detto: adesso aspetto... Quindi il virus non mi ha dato una spinta creativa ma depressiva: praticamente facevo venire sera. Tra l’altro, senza nemmeno farlo apposta, tempo fa avevo iniziato a leggere il “Manuale sull’Apocalisse - 50 ipotesi sulla fine del mondo” di AlokJha che ho tenuto di fianco alla mia poltrona; l’ho riaperto proprio sul secondo capitolo intitolato “la pandemia globale”, praticamente la situazione d'adesso».

La riflessione si sposta in generale su come vengono visti i mondi futuri. «Credo che la fantascienza nel prospettare una sorta di grande fratello che controlla sia stata smentita dall’invenzione di facebook. Adesso siamo noi che scegliamo di farci controllare, per cui i libri hanno toppato nel non valutare la natura umana soprattutto circa la sua infinita vanità, il suo sentirsi appagata dalla possibilità di sbandierare quello che pensa anche se nessuno lo chiede. Ed ecco che torniamo alle esibizioni fuori dai balconi o alle estraniazioni sui social».

Tra varie considerazioni, racconta di qualche momento legato all’insegnamento, regalandoci anche bellissime suggestioni «come quel pomeriggio di novembre nel guardare fuori dalla finestra del Campus universitario di Harvard innevato ha pensato come a un momento irripetibile».

Infine la domanda d’obbligo riguarda Learco Pignagnoli: gli chiediamo se del grande assenzialista, abbia notizie fresche. «No so. Non l’ho visto… Presumo che nei giorni scorsi abbia ripreso a fumare e a bere qualche grappa in più. Penso che grappa e virus non vadano d’accordo». —




 

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