Cantù: «Abbiamo voglia di esserci anche senza le vecchie stagioni»
Il direttore della Fondazione I Teatri annuncia la programmazione estiva ai Chiostri e il ritorno di Aperto
REGGIO EMILIA
«Abbiamo voglia di esserci. Vogliamo fare la nostra parte. Perché in questo momento di ripartenza del paese la cultura ci deve essere in quanto bene primario. Vogliamo esserci perché qui a Reggio, ancora più che nel resto d’Italia, il teatro è un patrimonio collettivo, un pezzo dell’identità. Vogliamo esserci per tornare a incontrare il nostro pubblico... che abbiamo lasciato a metà». Paolo Cantù, direttore della Fondazione i Teatri, si prepara con un entusiasmo contagioso all’apertura, fissata per il 15 giugno, dei teatri rimasti chiusi per oltre tre mesi. Un’apertura ad ostacoli tra mascherine e distanziamenti che non spegne, pur nella consapevolezza delle difficoltà, uno slancio incontenibile.
Direttore, è il momento del “ritorno alla normalità”. Ma quanto potrà essere “normale” la riapertura dei teatri e più in generale la ripresa dello spettacolo dal vivo?
«In questa fase di totale incertezza, stiamo pensando di ripartire con una normalità che non potrà che essere extra-ordinaria. Abbiamo costruito un tavolo con il sindaco, l’assessore alla cultura, le partecipate pubbliche e tutti i soggetti che lavorano nel settore dello spettacolo dal vivo perché in questo momento di ripartenza la cultura non può mancare all’appello. Si tratta poi di una ripartenza necessaria per fare comprendere, anche a livello nazionale, che quella dello spettacolo dal vivo è una filiera produttiva importante. Consapevoli che ci aspetta una fase di grande complessità».
Cosa devono aspettarsi i reggiani nei prossimi mesi?
«Stiamo ragionando su due situazioni, una è l’attività estiva, l’altra è quella autunnale. Per l’attività estiva l’obiettivo è esserci. Al tavolo, come teatro, abbiamo proposto di fare attività ai Chiostri di San Pietro. Attività che si svolgeranno nei cinque mercoledì di luglio cercando di proporre spettacoli in grado di coprire un ventaglio di proposte che vanno dalla prosa alla musica al circo-danza. Ovviamente dovranno essere progetti sostenibili da diversi punti di vita. Innanzitutto rispetto agli spazi, dal momento che ai Chiostri di San Pietro sarà contingentato sia il numero degli spettatori che quello degli artisti. E non possiamo pensare a grandi spettacoli. L’altro principio su cui stiamo ragionando è quello di puntare su artisti italiani, sia per evitare le difficoltà legate a spostamenti internazionali, sia perché occorre sostenere la filiera del nostro paese violentata dal virus. Abbiamo poi cercato di recuperare alcuni artisti che hanno visto perdere le loro repliche in teatro: un solo di piano del bravissimo Davide Cabassi e lo spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella saltato a maggio. Contestualmente, negli stessi mercoledì di luglio, da pomeriggio a sera apriremo il Valli con le visite guidate. E il mio sogno è riuscire a mettere qualche tavolino sotto il portico in modo che la gente possa tornare a incontrarsi davanti al “suo” teatro».
Il fiore all’occhiello dei teatri, la lirica, è forse la più penalizzata dalle limitazioni.
«Abbiamo pensato anche a quello. Sempre per l’estate stiamo provando a lavorare a un piccolo grande progetto che porti l’opera in qualche modo fuori dal teatro. Vediamo se ci riusciamo: stiamo lavorando velocemente ed è tutto in fieri. Queste cose danno in ogni caso il senso della voglia di ripartire e di incontrare il pubblico perché, come dico sempre, il teatro senza pubblico non esiste. Questo per l’estate».
E arriverà settembre.
«A settembre cosa succede? Anche qui potremmo dire che forse non ci sono più le vecchie stagioni. Cerchiamo di ribaltare la prospettiva: allo stato attuale non abbiamo le certezze per poter costruire le cose così come le abbiamo fatte per 30 o 40 anni. Questo non vuol dire che non si possano fare delle belle cose, delle cose di qualità e offrire al pubblico quello che chiede. Abbiamo evidentemente bisogno di produrlo e immaginarlo in un altro modo ed è quello che stiamo facendo. Immaginiamo per l’autunno un tempo in cui, tra settembre e dicembre, ci sarà senz’altro il Festival Aperto anche se in un’edizione pandemica ma non per questo meno affascinante. Evidentemente molte coproduzioni nazionali e internazionali sono saltate ma anche qui abbiamo provato a ragionare in maniera diversa. Abbiamo chiesto ad alcuni artisti se avevano voglia di mettersi in gioco e di ripensare dei progetti per questo periodo e devo dire che con una straordinaria disponibilità alcuni artisti ci hanno risposto positivamente. Perché evidentemente è un periodo complicato nel quale abbiamo bisogno del pensiero degli artisti. Il gesto artistico in fondo è sempre un tentativo di rimodulare il reale: in questa fase in cui non sappiamo da che parte girarci forse il pensiero degli artisti può darci una mano a comprendere un po’ meglio come rapportarci con una situazione inedita. Partiamo quindi con Aperto a fine settembre e pensiamo a un week end in cui tutti i teatri saranno aperti con performance di musica e danza: l’obiettivo di fare partecipare più persone possibili».
Mille persone negli spazi aperti, 200 in quelli chiusi. Come sarà possibile gestire queste limitazioni?
«Pensiamo al teatro Valli: 200 persone al massimo. Le stagioni chiaramente sono già pronte ma ora si tratta di smontarle e rimontarle in una situazione del tutto nuova. Ha senso, per esempio, aprire una campagna abbonamenti se su 600 richieste ne posso accettare un terzo? Come associazioni di categoria abbiamo chiesto che siano rispettati il principio di proporzionalità (200 posti al Valli non sono come 200 alla Cavallerizza) e quello della prossimità familiare (la possibilità di sedersi uno accanto all’altro). Stiamo immaginando come risolvere anche questi problemi molto pratici ma fondamentali. Eppure abbiamo la voglia di dire “siamo qui e abbiamo progetti che non vi deluderanno”. Stiamo anche lavorando alla produzione di un’opera, questo per dare il senso di un teatro che va avanti. Siamo un mondo fragile ma pieno di creatività. Dovremo usarne un po’ di più». —
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