Gazzetta di Reggio

Vola alta parola 

Simoncelli: «Sono un uomo passato che non sa come va a finire”

G.B.

Il poeta domani sera (ore 21.30) chiude la tradizionale rassegna  allo Spazio Gerra: «La pandemia non ci ha cambiato, continuiamo ad essere egoisti e cattivi» 

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REGGIO EMILIA

Temperamento un po’ scontroso, di quelli che si accedono subito, Stefano Simoncelli prima di dichiarare la sua passione profonda per la poesia che ha attraversato quasi tutta la sua vita, collegandosi al titolo del suo libro che verrà presentato domani sera alle 21.30 per “Vola alta parola” allo Spazio Gerra in dialogo con Roberto Galaverni (“A beneficio degli assenti), ci regala qualche considerazione su come stiamo vivendo. «Voglio ricordare coloro che non ce l'hanno fatta: i miei genitori, la prima moglie che ho amato moltissimo, io stesso che ho avuto un ictus, vale a dire un’esperienza che mi ha cambiato in maniera profonda. Sono stato in terapia intensiva insieme a tanti altri che non ce l’hanno fatta. Non vorrei dire una banalità – prosegue il poeta cesenate – ma queste cose mi hanno insegnato molto, innanzi tutto che non siamo eterni ma siamo appesi a un filo. Eppure continuiamo a usare la cattiveria, invece di pensare a solidarizzare, siamo egoisti... Vedi che non conta niente quello che stiamo passando?» . Il riferimento va alla pandemia, ai mesi in cui eravamo tutti “chiusi” :«Avevamo detto che sarebbe cambiato tutto invece no: continuiamo a mettere al centro della nostra vita il cellulare, perché la nostra esistenza è cadenzata da esso. Io cerco di resistere: infatti il mio non fa nemmeno le foto. Lo tengo come una reliquia, non vorrei cambiarlo. La gente non parla più... figurarsi se legge delle poesie!».

All'osservazione su certe sue annotazioni pessimistiche, risponde: «Ma io sono innamorato della vita, sono pessimista per la piega ha che preso in cui il cellulare è la nostra anima. Questo c’è nella mia poesia: la testimonianza di un uomo passato che non sa come va a finire. Spero che ci sia un dopo con le persone che abbiamo amato. Io ho avuto una vita splendida. Mi sono innamorato della poesia a 12 anni, quando nella rivista che comprava mia madre per le sarte fui colpito dalla rubrica dedicata ai versi ed è stato amore a prima vista. Da allora ho sempre scritto tranne il periodo dai 38 a 50, quando morì mia madre: non sapevo dove mettere il dolore. Dal 2005 lo faccio con metodicità quotidiana». Ma a parte questo “semplice” racconto non va dimenticato che durante il periodo di apprendistato della rivista “Sul Porto” da lui curata con Benzoni e Valeri a Cesenatico, aveva stabilito proficui contatti con intellettuali come Fortini, Sereni, Raboni, Pasolini, Bertolucci, Caproni, Giudici. E i suoi versi entrano senza chiedere permesso: “…ma si capisce dallo sguardo/che sono intercambiabile/ e in frenetica ricerca/ di una mano, / aggancio, / ramo o relitto/ per non sparire. / Nelle fotografie/verrò pallido/ e sfocato”. —

G.B.

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