Mannoia: «Sfido il Covid, anche cantando si fa resistenza»
È uscito in questi giorni l’album di inediti “Padroni di niente”: «Ho deciso contro il parere di tutti, è l’anno più brutto dal dopoguerra»
MILANO
Padroni di niente di nome e di fatto. «Faccio uscire il mio nuovo album in un momento folle – dice Fiorella Mannoia – . Questo è l’anno più brutto dal dopoguerra. Nessuno, discografici o amici, mi ha consigliato di rischiare ma lo faccio lo stesso perché se non si osa adesso non si osa più. Le canzoni sono otto e per la maggior parte sono figlie del lockdown di marzo ma con concetti universali». Mannoia per questo progetto ha coinvolto la sua coautrice di riferimento Amara – applaudita grazie a “Che sia benedetta”, portata dalla Mannoia al Festival di Sanremo 2017 – che qui firma la title track e “La gente parla” con Simone Cristicchi; ma c’è anche “Chissà da dove arriva una canzone” siglata da Ultimo e usata come apripista e Bungaro per “Sogna” e “Eccomi qui”.
Qual è la filosofia dell’album?
«È già tutta nella copertina chiaramente ispirata al quadro “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich; la differenza è che il Viandante di Friedrich guarda il mistero di un orizzonte di nebbia mentre il Viandante di “Padroni di Niente” sono io e osservo la civiltà. C’è la consapevolezza che nessuno è padrone di nulla, perché è bastato un virus invisibile per mettere in ginocchio l’umanità che credevamo invincibile».
Ci spiega la formula della «canzone sospesa»?
«È un’idea che mi è venuta grazie alla tradizione napoletana del “caffè sospeso”. Condivido un pezzo con un’artista emergente, Olivia XX, su “Solo una figlia”: storia di una sposa bambina e una ragazza che subirà violenza dal padre».
Un disco concepito sotto lockdown non rischia, oggi, di nascere vecchio?
«In questi giorni non direi proprio. Ci sono parecchie esperienze reali, condivise quotidianamente da tutti. Certo, rifletto anche sul fatto che in molti, della mia generazione, pensavano che dopo uno shock simile il mondo sarebbe cambiato ma ahimè, siamo peggiorati».
A maggio 2021 è previsto il tour: è davvero fattibile?
«E chi lo sa? Come si fa a pensare con lo sguardo al futuro? Certo è che dobbiamo ripartire, e pensare a quello che succederà nel 2021 è una forma di resistenza. È l’unico sistema per aiutare i lavoratori dello spettacolo, anche se è la politica che deve dare risposte e non lo fa. C’è la metà della popolazione che sta soffrendo di paura perché non sa come andare avanti e tutti sperano in un vaccino o una medicina che ci possa far tornare a lavorare».
Dove si sbaglia?
«È pericoloso far passare l’idea che cinema, teatro e musica non siano essenziali. Ma il vero problema è che abbiamo la memoria corta. Abbiamo passato un’estate di feste, assembramenti dimenticandoci che questo non è un virus di destra o di sinistra. La politica sta dando un pessimo spettacolo e anziché mettersi intorno a un tavolo e darci delle risposte c’è chi si sta dando battaglia sulla pelle della gente». —
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