Gazzetta di Reggio

Il DOPPIO ALBUM 

Giorgio Canali tra rabbia e timori: «Il pensiero critico è stato abolito»

Adriano Arati
Giorgio Canali tra rabbia e timori: «Il pensiero critico è stato abolito»

Colonna degli ultimi Cccp, e ancora dei Csi e dei Pgr ora pubblica “Venti” insieme alla sua band Rossofuoco 

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REGGIO EMILIA. Venti omaggi, venti sferzate, venti rabbiose malinconie. Guarda al passato e affronta le difficoltà del presente con una forza non comune, il nuovo disco di Giorgio Canali. “Venti” è uscito a inizio mese, è un doppio album composto appunto da due decine di brani e raccogliere le passioni del chitarrista e cantante a lungo di casa a Reggio.

Canali è stato uno dei chitarristi dell’ultima edizione dei Cccp, quando Ferretti e Zamboni si sono uniti al gruppo fiorentino di transfughi dei Litfiba, ed è una delle colonne dell’intero cammino dei Csi e poi dei Pgr, in trio con Ferretti e Maroccolo, parte integrante dell’omaggio partigiano di Materiale Resistente del 1995. A lungo di casa a Correggio, nelle nostre zone ha suonato spesso in vari omaggi a Velvet Undeground e Joy Division assieme a Angela Baraldi e a tanti musicisti reggiani, come Corrado Nuccini ed Emanuele Reverberi. A Cavriago, a novembre, erano in programma due concerti molto attesi dai tanti appassionati locali per conoscere in anteprima i pezzi di un disco inciso come sempre con la band Rossofuoco, ma in maniera forzatamente inedita, a distanza, ogni musicista nella sua casa a centinaia di chilometri dall’altro. «Dopo i dubbi iniziali – dice Canali – abbiamo visto che le cose stavano in piedi, siamo andati avanti sino a un’ora e venti di musica, che mi rappresenta tantissimo. Sono davvero molto soddisfatto, lo dico sempre ma questa volta è così».

Un disco doppio è una bella responsabilità, e regala tanto spazio, no?

«Non dovendoci contenere nei pezzi non ci siamo voluti togliere nulla, abbiamo preso tante ispirazioni diverse, abbiamo creato i brani partendo da basi diverse, dai riff di chitarra come da una base d batteria. È come quando in studio si improvvisa, uno che parte e altri vanno dietro. L’abbiamo fatto a distanza».

Vale anche per i testi?

«Un confronto dialettico c’è, poi alla fine è più personale. Io ragiono sui suggerimenti che mi danno, poi decido io. Era così anche quando si lavorava con Giovanni Ferretti, i testi erano suoi».

A proposito di testi, ci sono omaggi a De Gregori, Guccini, De André. Nostalgia?

«Le citazioni sono il tema portante dell’album, lo faccio sempre. Nel primo disco c’era sempre il fuoco, in ogni brano, nel penultimo compariva sempre la pioggia».

E qui?

«Il primo pezzo ultimato, “Cartoline nere”, contiene una citazione esplicita di De Gregori. Allora ho deciso di replicarlo in ogni brano, è un omaggio a quelli che mi hanno insegnato a scrivere in italiano».

Fra un richiamo e l’altro, le canzoni parlano anche di questo 2020 pandemico. Un instant album?

«Non doveva essere così, era quello che volevo evitare, i primi pezzi non ne parlavano. Volevo vedere tutto questo come un incubo, “sto sognando tutto, la gente non può essere così stupida”, pensavo».

Poi?

«Se ci fossimo fermati a dieci pezzi sarei riuscito al ‘90% a trattenermi, nel momento in cui sei andato avanti era inevitabile parlare dell’oggi».

Un “oggi” che fa arrabbiare non poco?

«Stiamo assistendo all’abolizione del pensiero critico, chi non ha una visione in linea con il pensiero tipico della realtà viene tacciato come complottista, a me hanno dato del rossobruno».

C’è più rabbia o timore?

«Sono preoccupato, quando vedo che tutto viene accettato. Il 25 Aprile cantiamo del coraggio di chi si sacrifica, e mi viene da ridere. Chi canta quei brani ora accetta di tutto pur di non avere la paura della morte».

Il 2020 ha colpito alcuni mondi più di altri. La musica annega. Lei sopravvive?

«Questo mese non pago l’affitto, fino a che non incasso qualche briciola con la Siae. Vivo di niente come molti, ci sono categorie che fanno meno comodo e che sono state dimenticate, la cultura e la scuola prima di tutte». —

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