Gazzetta di Reggio

la pubblicazione 

La vita da “infiltrato” di Alighieri Tondi nell’ultimo lavoro di Matteo Manfredini

Adriano Arati
La vita da “infiltrato” di Alighieri Tondi nell’ultimo lavoro di Matteo Manfredini

L’autore ripercorre la storia del gesuita, accademico e spia «Su di lui non c’era nessuno studio, vicenda dai lati oscuri»

3 MINUTI DI LETTURA





Adriano Arati

CARPINETI. Gesuita, accademico della Gregoriana, transfuga comunista, spia, infiltrato. Raccoglie in sé le infinite contraddizioni e l’infinito fascino della storia italiana del ’900 “Il gesuita comunista. Vita estrema di Alighieri Tondi, spia in Vaticano”, ultimo libro del reggiano Matteo Manfredini. «Ho conosciuto Tondi per puro caso. Mentre scrivevo la biografia sul senatore Alessandro Carri, ho intervistato Vanni Orlandini, dirigente storico della Fgci reggiana, è stato lui a menzionare questo personaggio».

Figura notevole, ma appunto poco nota, no?

«Su di lui non c’era alcuno studio: mi sono reso subito conto che la vicenda poteva nascondere lati oscuri. Dopo qualche mese ero già a Roma sulle sue tracce».

Com’è riuscito ad approfondire così dettagliatamente gli aspetti più “segreti”?

«Avevo rinvenuto dei messaggi nell’archivio di Gedda a Roma, dove Tondi si professava anticomunista, quasi fascisteggiante. Il punto, molto strano, è che tali lettere datavano solo poche settimane prima il clamoroso e plateale passaggio al comunismo. Come era possibile visto che egli stesso aveva detto di essere comunista da anni?».

La risposta?

«Ero arrivato a un punto morto, l’unica soluzione del mistero era la schizofrenia… Oppure il coinvolgimento di una donna. Poi ho iniziato a spulciare negli archivi delle persone a lui più vicine, come quello di Ambrogio Donini, ed è lì che ho trovato il malloppo di documenti desecretati solo di recente».

Il mistero dov’era?

«Le carte segrete raccontano il lavoro di Tondi per conto del Pci tra i gesuiti, il suo ruolo di informatore, incluse le notizie riservate che aveva trasmesso ai comunisti. Un’attività clandestina che solo Togliatti, Donini e D’Onofrio conoscevano».

Un’altra complessa eredità del ’900?

«Il ’900 è un secolo complesso da portare alla luce. E tutto diventa più difficile quando un episodio o un evento storico riguardano solo poche persone, come nel caso di Tondi».

Lei ha già lavorato su questi temi. Vede un filo conduttore?

«Certamente. Il punto è che molte di quelle vicende sono ancora troppo recenti per essere storicizzate».

Anche a Reggio?

«Purtroppo la narrativa reggiana sul Pci ha strane declinazioni. Ci sono politici che sono stati protagonisti della stagione riformista degli anni ’90 ma che oggi hanno posizioni dogmatiche e celebrano il mito di Togliatti. Nessuno mette in dubbio le conquiste degli anni del secondo dopoguerra. L’Emilia oggi è quello che è anche grazie al Pci, ma tutto non può sempre risolversi in un rimpianto dei bei tempi andati».

Che idea si è fatto di lui?

«Le vicende non possono essere separate dalla sua complessa psicologia e da una vita molto tormentata, vissuta intensamente. Il mio parere è che Tondi avesse la tendenza a gettarsi in scelte radicali in modo impulsivo e spesso senza riflettere abbastanza. Era una persona molto intelligente ma anche un po’ ingenua».

Andò così anche con il suo grande salto?

«Tondi nel 1951 aveva contatti con i comunisti semplicemente per iscriversi al partito e non per fare la spia. Una parte del Pci invece sfruttò le debolezze di quell’uomo, lo spinse nel lavoro di informatore segreto, malgrado Tondi avesse comunicato a Donini la sua intenzione di interrompere l’attività e di passare al Pci in modo pubblico».

La moglie di Tondi era la cavriaghese Carmen Zanti.

«Tondi a Reggio era per tutti era il marito di Carmen Zanti, donna che amò molto. Il loro rapporto però si prestava a commenti amari. Lei era l’orgoglio per la federazione reggiana comunista, lui ex prete».

Un binomio difficile da accettare, all’epoca?

«A Reggio partì un percorso doloroso, il riavvicinamento di Tondi alla Chiesa già negli anni ’60 e così ormai non utile al partito fu emarginato, trattato come un reietto e lui si sentì tradito. Soffrì molto e dopo la morte della Zanti l’unica persona che si occupò di lui fu Vanni Orlandini».

Rimane la sensazione che Tondi, all’epoca, fosse considerato pericoloso. E oggi?

«Tondi era un nome ingombrante, divisivo, ricercare su di lui è stata una lotta con le ombre del passato, nottate passate su documenti segreti, visite a polverosi archivi di mezza Europa». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google