Gazzetta di Reggio

L’illustratore 

«A due anni usavo il disegno come una lingua Ancora oggi mi confronto con i più piccoli»

Giulia Bassi
«A due anni usavo il disegno come una lingua Ancora oggi mi confronto con i più piccoli»

Giuseppe Vitale, disegnatore e atelierista, dal libro dedicato a Ligabue a quello su Zavattini: «La nebbia mi ha stregato» 

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Giulia Bassi

REGGIO EMILIA. «Cesare ha un suo modo di vedere il mondo, di sentirlo e di viverlo. Dietro agli occhiali si mostra e si nasconde, dietro agli occhiali cresce, da adulto a bambino e viceversa, regalandoci il suo magico punto di vista». Ecco come vede Zavattini l’illustratore Giuseppe Vitale nel libro “Cesare che porta gli occhiali” - con la collaborazione di Fondazione “Un Paese di Luzzara” e di Simone Terzi - che è seguito a quello su Ligabue “Becco d’aquila” (edizione di libri per l’infanzia Libre).

Due autentiche delizie dell’ennesimo nostro talento artistico (anche se si sminuisce dicendo che le sue illustrazioni rientrano semplicemente nell’arte applicata).

Giuseppe Vitale, trentanovenne, non è della Bassa reggiana ma sembra esserci nato in quanto sembra portare i caratteri lunatici dei personaggi di quelle terra. «Ho cominciato a disegnare a 2 anni circa – ricorda Vitale – usavo il disegno come una lingua da parlare tra neologismi e strafalcioni. Dopo essere inciampato in studi di storia medievale e di pedagogia dell’immagine ho cominciato a lavorare nelle scuole e nei nidi d'infanzia come atelierista. Bazzico l’editoria da circa dieci anni come disegnatore e autore di libri illustrati. Provengo in realtà da Barco ma da alcuni anni dono stato accolto da questa nuvola di nebbia che ho trovato affascinante: questi posti hanno cambiato il mio immaginario aiutandomi moltissimo».

Dopo Antonio Ligabue e Cesare Zavattini, adesso Vitale è alle prese con Silvio D’Arzo, una commissione di Corsiero edizioni nella persona di Andrea Casoli ma anche un libro su Chico Mendes.

«M’importa – ci racconta – conoscere le figure umane e le loro personalità; per studiare Zavattini ho letto tutti i suoi testi ed è stata una fortuna non conoscerlo… penso che l’ignoranza sia fondamentale per capire come certe personalità “si sentono a pelle”. Certo ho poi girato l’Italia incontrando personaggi che l’hanno conosciuto a partire dal figlio Arturo con le sue foto e poi Arneo Nizzoli, il cuoco a Villastrada… facendo collezione di aneddoti. Questi libri sono adatti sia per i bambini che per gli adulti: quando sono in fase di progettazione, tra mille dubbi, mi confronto sempre con i piccoli… anche la complessità può essere letta da loro».

Voce pacata, Giuseppe Vitale argomenta senza enfasi, preciso, asciutto: forse al contrario del carattere visionario un po’ surrealista delle sue immagini.

«Il mio – conferma – è uno stile vario jazzato, caotico; uso una tecnica mista con colori acrilici, penne, pastelli a anche il bianchetto: alla fine questa molteplicità definisce il mio carattere. Parto dal vuoto, con la paura del foglio bianco che di fatto ma non è mai bianco. Disegnare è mollare quelle paure. Non si può non includere sempre qualcosa di personale raccontando qualcosa di qualcun altro. E aver intrapreso studi diversi (forse contrari) come storia dell’arte medioevale, alla fine mi sono serviti».

Come spesso accade alle persone timide, Vitale è tenace e alla fine si sta davvero affermando.

«Non parliamo di successo – puntualizza – perché come diceva Eugenio Finardi il successo “è un bruttissimo participio passato”. Preferisco continuare a fare. In passato ho vinto il Premio Ronzinante e me lo tengo stretto: credo proprio di essere un ronzino)».

Sarà, ma colpisce incredibilmente la copertina di “Cesare che porta gli occhiali”. «Pensavo che dovesse scrutare il mondo e avere il contatto visuale con ognuno di noi. Una signora del Cerreto che l’ha conosciuto mi ha detto: “L’hai disegnato grande come un palloncino. Era così, era di un certa stazza… Ma si muoveva in un modo incredibilmente leggero!”». —

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